BILANCIO (5ª)

SABATO 31 LUGLIO 2004
538ª Seduta

Presidenza del Presidente
AZZOLLINI
Intervengono il ministro dell'economia e delle finanze Siniscalco ed i sottosegretari di Stato per lo stesso dicastero Maria Teresa Armosino e Vegas, accompagnati dai dottori Ferranti, Barbini, Ravoni e Ceravolo.

La seduta inizia alle ore 9,40.

SULLA PUBBLICITA’ DEI LAVORI

Il presidente AZZOLLINI avverte che è stata avanzata richiesta, ai sensi dell’articolo 33 del Regolamento del Senato, di attivazione dell’impianto audiovisivo, in modo da consentire la speciale forma di pubblicità della seduta ivi prevista ed avverte che, ove concordi la Commissione, il Presidente del Senato ha già preannunciato il proprio assenso.

La Commissione si esprime favorevolmente e, di conseguenza, tale forma di pubblicità viene adottata per il prosieguo dei lavori.

Il presidente AZZOLLINI avverte altresì che la pubblicità della seduta odierna è assicurata anche attraverso il resoconto stenografico.


PROCEDURE INFORMATIVE

Audizione, ai sensi dell'articolo 125-bis del Regolamento del Ministro dell'economia e delle finanze, in ordine al Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2005-2008 (Doc. LVII, n. 4)

Dopo un breve indirizzo di saluto del presidente AZZOLLINI prende la parola il ministro SINISCALCO.

Ai quesiti posti dai senatori MORANDO (DS-U), MARINO (Misto-Com), GIARETTA (Mar-DL-U), ANGIUS (DS-U), CADDEO (DS-U), TAROLLI (UDC), PIZZINATO (DS-U), MARINI (Misto-SDI), GRILLOTTI (AN), dal relatore IZZO (FI) e dal presidente AZZOLLINI, replicano il ministro SINISCALCO e il sottosegretario VEGAS.

SUI LAVORI DELLA COMMISSIONE

Il presidente AZZOLLINI avverte che proseguirà i contatti con la Commissione omologa dell’altro ramo del Parlamento per verificare la possibilità di svolgere congiuntamente il prosieguo delle audizioni riservandosi, in alternativa, di proseguire le audizioni in Commissione a partire da lunedì prossimo.

La Commissione prende atto.

La seduta termina alle ore 12,40.


Audizione, ai sensi dell’articolo 125-
bis del Regolamento del Senato, in ordine al Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2005-2008 (Doc. LVII, n. 4) del Ministro dell’economia e delle finanze

1º  Resoconto  stenografico

SEDUTA DI SABATO 31 luglio 2004

 

Presidenza del presidente AZZOLLINI


 

INDICE

Audizione del ministro dell’economia e delle finanze


    Presidente:


        –  AZZOLLINI
(FI)
 
Pag. 3,12, 15 e passim

    * ANGIUS (DS-U)
 
23

    CADDEO (DS-U)
 
25

    GIARETTA (Mar-DL-U)
 
16

    GRILLOTTI (AN)
 
9, 12, 35 e passim

    IZZO (FI)
 
35, 43

    MARINO (Misto-Com)
 
15, 19, 22

    * MARINI (Misto-SDI)
 
34, 35, 38 e passim

    * MORANDO (DS-U)
 
12, 14, 20 e passim

    * PIZZINATO (DS-U)
 
32, 41, 42

    * SINISCALCO, ministro dell’economia e delle finanze
 
3, 9, 12 e passim

    * TAROLLI (UDC)
 
26

    VEGAS, sottosegretario di Stato per l’economia e le finanze
 
31, 32


 

 
 

        N.B: L’asterisco indica che il testo del discorso è stato rivisto dall’oratore.

        Sigle dei Gruppi parlamentari: Alleanza Nazionale: AN; Democratici di Sinistra-l’Ulivo: DS-U; Forza Italia: FI; Lega Padana: LP; Margherita-DL-l’Ulivo: Mar-DL-U; Per le Autonomie: Aut; Unione Democristiana e di Centro: UDC; Verdi-l’Ulivo: Verdi-U; Misto: Misto; Misto-Comunisti Italiani: Misto-Com; Misto-Lega per l’Autonomia lombarda: Misto-LAL; Misto-Libertà e giustizia per l’Ulivo: Misto-LGU; Misto-MSI-Fiamma Tricolore: Misto-MSI-Fiamma; Misto-Nuovo PSI: Misto-NPSI; Misto-Partito Repubblicano Italiano: Misto-PRI; Misto-Rifondazione Comunista: Misto-RC; Misto-Socialisti democratici Italiani-SDI: Misto-SDI; Misto Alleanza Popolare-Udeur: Misto-AP-Udeur.

        Intervengono il ministro dell’economia e delle finanze Siniscalco ed i sottosegretari di Stato per l’economia e le finanze Maria Teresa Armosino e Vegas, accompagnati dai dottori Ferranti, Barbini, Ravoni e Ceravolo.

        I lavori hanno inizio alle ore 9,38.

PROCEDURE INFORMATIVE
Audizione del Ministro dell’economia e delle finanze

        PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione, ai sensi dell’articolo 125-bis del Regolamento del Senato, del ministro dell’economia e delle finanze Siniscalco in ordine al Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2005-2008.

        Comunico che, ai sensi dell’articolo 33, comma 4, del Regolamento, è stata chiesta l’attivazione dell’impianto audiovisivo e che la Presidenza del Senato ha già preventivamente fatto conoscere il proprio assenso. Se non ci sono osservazioni, tale forma di pubblicità è dunque adottata per il prosieguo dei lavori.
        Informo che il ministro Siniscalco, al quale rivolgo il benvenuto da parte di tutta la Commissione, è accompagnato dai dottori Roberto Ferrante, Daniele Barbini, Fabrizio Ravoni e Silvana Ceravolo. Ricordo che sono presenti i sottosegretari Maria Teresa Armosino e Vegas.
        Cedo la parola al ministro Siniscalco.

        SINISCALCO, ministro dell’economia e delle finanze. Saluto tutti i membri di questa Commissione, che è l’unica che fino a questo momento ho frequentato. Sono particolarmente lieto di essere oggi presente.

        Presidente, le chiedo come organizzare i lavori per l’audizione.

        PRESIDENTE. Signor Ministro, come prassi, in questa seduta si presenta al Parlamento il DPEF. Quindi, dovrebbe svolgere un’illustrazione alla Commissione del Documento per poi rispondere alle domande che i senatori le rivolgeranno.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Cercherò di presentare gli elementi principali del DPEF, evidenziando le cifre principali, per poi soffermarmi soprattutto sulla logica del Documento, non perché di per sé sia rilevante, bensì perché cerca di riflettere la logica della politica economica che il Governo vorrebbe impostare a partire dalla prossima finanziaria, nei due anni a venire. Il Documento è composto di due parti: una parte di diagnosi della situazione economica internazionale e nazionale ed una parte programmatica, relativa all’economia e alla finanza pubblica del nostro Paese. Le due parti sono più del solito connesse. Nella prima parte abbiamo tentato deliberatamente di essere particolarmente prudenti nei quadri. Dal momento che la finanza pubblica è trascinata dalle variabili economiche e riflette il loro andamento, nella redazione del Documento abbiamo tentato di non fare alcuna assunzione particolarmente positiva dello scenario macroeconomico, proprio per evitare di avere cattive sorprese nella sua realizzazione. Abbiamo proceduto esattamente come in un piano d’azienda, dove non si indicano i ricavi che vanno alle stelle quando si vuole cercare di essere credibili. Richiamo, quindi, l’attenzione sul fatto che ci siamo mossi in un quadro molto realistico; peraltro, anche l’ISTAT e la Banca d’Italia ritengono che, se vi sono rischi di variazioni rispetto alle previsioni, queste, semmai, saranno positive e non negative.

        Il Documento inizia analizzando il contesto internazionale, perché il quadro economico mondiale che abbiamo di fronte è forse il più brillante degli ultimi venti anni, fatto che nel nostro Paese non si rileva. I tassi di crescita degli Stati Uniti, a parte il rallentamento registrato nella giornata di ieri, sono sicuramente molto brillanti; in Asia l’economia sta procedendo molto bene; in Giappone, dopo una stagnazione iniziata nel 1990 e durata circa 12 anni, dallo scorso anno l’economia è in ripresa e siamo ormai al 6 per cento. Se analizziamo l’andamento della ripresa in corso, a partire dal primo trimestre in cui essa si è manifestata (quindi dal terzo trimestre del 2001 negli Stati Uniti, dal quarto trimestre in Italia e dal terzo trimestre in Asia, sempre del 2001), rileviamo che somiglia moltissimo alla grande ripresa degli anni Novanta. Un discorso diverso va fatto per l’area dell’Euro dove invece la ripresa stenta a manifestarsi. In poche parole, si registra una ripresa mondiale che però non si riesce a propagare nell’area Euro.
        In Italia, negli ultimi 25 anni – guardo quindi ad un periodo molto lungo in cui si sono succeduti non solo Governi diversi, ma anche politiche economiche molto differenti (lira, euro, indicizzazione o meno dei salari) – il ciclo economico si è sempre allineato in buona misura con il ciclo europeo. Ciò significa che l’Europa, nonostante molte volte lo si dimentichi, è un’area economica strettamente integrata dove non si può procedere molto diversamente dal resto degli altri Paesi, come peraltro succede per la Lombardia, la Sicilia, la Calabria o il Piemonte che non possono comportarsi in modo differente dal resto d’Italia.
        Ciò non di meno, la nostra economia ha avuto un andamento peggiore dell’Europa e piccole differenze ripetute nel tempo possono creare grandi differenze se cumulate su un lungo periodo di tempo.
        I segnali di ripresa nell’economia italiana sono abbastanza timidi, ma sicuramente evidenti. Abbiamo una produzione industriale che finalmente cresce. Sul
«Financial Times» di questa mattina è pubblicata una lunga analisi delle previsioni europee, da cui si evince che il clima di fiducia dei produttori è sicuramente migliorato. In Italia, le esportazioni – che nell’anno scorso hanno di fatto subito un rallentamento, hanno dato, cioè, un contributo negativo alla crescita – nel primo trimestre dell’anno in corso stanno procedendo ancora con segno negativo (-2,1 per cento) rispetto al dato del primo trimestre del 2003, peraltro anch’esso non brillante; quindi, un segno negativo in una situazione deprimente.
        Come mai questo? Si rileva che la produzione industriale di Francia, Germania e dell’area Euro – considerato come anno base il 1998 (1998=100) – cresce da circa 100 a 109 fino a 110 o 112, mentre la produzione italiana è rimasta ferma, raggiungendo al massimo un valore intorno a 105. Evidentemente esiste un
gap di competitività della nostra industria che non riesce a far crescere la propria produzione in linea con i trends di Francia e Germania. Vi ricordo che questi due Paesi non solo non sono i più brillanti del mondo, ma nemmeno quelli più brillanti di Eurolandia, perché altri come quelli della costa atlantica (Irlanda, Regno Unito e Spagna), hanno registrato tassi di crescita prossimi al 3 per cento. Quindi, ci stiamo confrontando volutamente con Paesi molto simili al nostro.
        Che cosa è successo in Italia? In primo luogo i consumi delle famiglie, eccettuato i periodi dei tre grandi
shock che abbiamo registrato (gli avvenimenti dell’11 settembre, la guerra in Iraq e lo scandalo finanziario connesso a Parmalat e Cirio), hanno sostanzialmente tenuto. Se depuriamo i dati di questi tre eventi di tipo ovviamente straordinario, possiamo affermare che i consumi hanno tenuto. Non ha però tenuto il PIL, la differenza tra PIL e consumi, essendo import, export, investimenti, domanda pubblica e via dicendo.
        L’indice di fiducia non è confortante. E’ costante, grosso modo, fino al primo trimestre del 2002; resiste agli avvenimenti dell’11 settembre per poi cominciare a declinare e attestarsi in una situazione onestamente piuttosto deludente. Questo è quanto si registra dal punto di vista della fiducia dei consumatori.
        Questa bassa crescita, che – ripeto – è facile ascrivere ad un problema di competitività (non si tratta di una mia analisi ma di quella fatta dai più autorevoli centri di studio e, quindi, non è un problema di consumi ma di apparato produttivo), si riflette ovviamente sui conti pubblici. È chiaro che il successo del settore privato paga per le imposte: quanto meglio avanza il settore privato, tanto maggiori saranno le imposte che versa, e pensate automaticamente all’IVA, alle imposte sugli utili, all’IRAP legata all’occupazione. E non solo. Tutti gli indicatori risentono di questa elasticità rispetto al ciclo che è molto forte.
        Apro e chiudo una parentesi: il fabbisogno mensile risponde subito a piccoli movimenti della domanda; è un indicatore molto pronto, che risente però anche del fatto che al denominatore c’è il PIL. Ovviamente, si ottiene un doppio effetto: depressione sui flussi e depressione del denominatore. Il famoso avanzo primario flette fortemente quando l’economia va male, vuoi perché vanno male i flussi di finanza pubblica, vuoi perché va male il denominatore, cioè il PIL.
        Ho introdotto l’avanzo primario perché è l’indicatore più diretto di come sta andando la finanza pubblica: i tassi d’interesse sono esogeni; facciamo il meglio per ottimizzare la struttura dei tassi, ma questi vanno come vanno. L’avanzo primario invece è l’indicatore diretto dell’andamento dell’economia e delle decisioni dei Parlamenti in materia di politica economica.
        Terminata con tali considerazioni la parte della diagnosi, giungiamo ora ad illustrare la prognosi, cioè, la politica economica da attuare. L’impressione che gli economisti e gli analisti hanno è che la situazione europea non è – come ho mostrato all’inizio – caratterizzata da una incapacità di riprendere il ciclo o da una banale difficoltà di tipo congiunturale: se lo fosse, andando meglio l’economia mondiale, saremmo in grado anche noi di agganciarci al ciclo. Come abbiamo cercato di chiarire nel Documento di programmazione economico-finanziaria, l’Europa sembra piuttosto presa in una trappola di bassa crescita; con il termine «trappola» intendo dire un equilibrio: l’Europa cresce poco; i bilanci delle famiglie e delle imprese vengono aggiustati, restringendosi; quindi, vi è una minore crescita e la gente di conseguenza investe poco. Registriamo pertanto un equilibrio di aspettative di bassa crescita, una situazione di stallo. Non è questione di aspettare il cambiamento del tempo atmosferico o che sorga il sole domani; bisogna riuscire a schiodarsi da questo equilibrio di bassa crescita per spostarsi su un equilibrio di più alta crescita. Serve allora una scossa, quello che gli economisti chiamano
shock strutturale, per cercare di saltare da un equilibrio all’altro, da una situazione di «trappola» ad una situazione normale, esattamente come avviene per una barca o un natante che cambiano assetto se iniziano a planare. Ripeto che queste considerazioni non vengono da un’analisi del Documento di programmazione economico-finanziario italiano, ma sono condivise con le agenzie di rating e con l’Unione Europea, che esprimono opinioni analoghe su Francia e Germania, con cui costituiamo una regione integrata nel cui ambito non vi è niente di tremendamente diverso. So che in Germania, per esempio, si fa un’analisi molto simile. Questa scossa deve essere basata sulla fiducia dei consumatori e soprattutto sulla competitività del sistema produttivo per creare occupazione, senza la quale non si va da nessuna parte. L’occupazione, infatti, crea domanda e certezza dei redditi e quindi è una variabile fondamentale. Per perseguire l’obiettivo di un incremento del potenziale di crescita – vedremo come – si deve procedere con una serie di riforme strutturali, dalle liberalizzazioni all’Agenda di Lisbona ad investimenti in capitale umano (scuola, innovazione, produttività, e così via).
        Sulla base di queste premesse è stato costruito il Documento di programmazione economico-finanziaria che è unico ed integrato, caratterizzato da una politica economica ovviamente unica, ma distinta logicamente in tre parti diverse, integrate e sinergiche.
        In primo luogo, bisogna operare una correzione strutturale dei conti pubblici che porti il saldo, il cosiddetto indebitamento netto,
il deficit - uso volutamente la parola deficit perché bisogna aggiustare anche il fabbisogno e tutte le variabili connesse – ad un livello strutturalmente più sostenibile e più in linea con i parametri di Maastricht. Vedremo poi il perché.
        In secondo luogo, ed accanto a questo intervento, abbiamo bisogno di un programma di sviluppo. Se attuassimo soltanto la parte relativa alla correzione del
deficit produrremmo sicuramente un effetto depressivo in un momento di ripresa fragile come l’attuale. Quindi, alla parte di aggiustamento bisogna affiancare una parte di sviluppo.
        In terzo luogo, occorre ridurre il debito pubblico, che si attesta attualmente al 106 per cento, mentre negli altri Paesi europei – cito a memoria – è circa il 58 per cento. Paghiamo il 5,3 per cento del PIL nel 2004 per servire il debito pubblico, per pagare interessi, e così via, mentre gli altri Paesi pagano intorno al 3 per cento. Ciò significa che, a parità di spesa pubblica e di disavanzo, siamo in grado di offrire servizi per 2 punti di PIL, 24 miliardi, in meno, a causa di questo
extra onere del debito pubblico, la cui storia è scritta in tutti i libri e la cui dinamica anomala comincia verso il 1979-1980 con i grandi disavanzi e con l’apertura dei mercati finanziari e l’aumento dei tassi di interesse.
        Queste tre azioni sono in realtà un pezzo unico: ciascuna delle tre, senza le altre due, rischierebbe di avere un effetto addirittura controproducente. Se effettuassimo solo l’aggiustamento avremmo effetti ovviamente recessivi; se pensassimo solo allo sviluppo, senza aver fatto l’aggiustamento, saremmo cicale ed i mercati (ma anche le famiglie), lo percepirebbero immediatamente. Se pensassimo solo allo sviluppo, chiunque potrebbe anticipare maggiori imposte e quindi si avrebbe nuovamente un effetto negativo sulla fiducia. Se pensassimo solo alla riduzione del debito – innanzitutto sarebbe impossibile senza risanamento – quand’anche ci riuscissimo con vendite straordinarie, l’operazione non sarebbe sostenibile nel tempo e quindi non sortirebbe il risultato voluto. Si tratta di tre modalità di intervento che sono separate logicamente, ma comprese nel quadro di una politica economica integrata e sinergiche tra loro.
         Sulla correzione strutturale del
deficit, su cui si dilunga ovviamente il Documento di programmazione economico-finanziaria, abbiamo messo soltanto la cornice, non i dettagli della sua attuazione, se non la divisione tra misure di carattere strutturale (17 miliardi dei 24 complessivi previsti per la manovra) e misure una tantum (7 miliardi di euro). Questo numero è frutto innanzitutto del buon senso economico, ma comunque dell’accordo con la Commissione europea per cui da oggi al 2006 ci siamo impegnati a ridurre le misure una tantum dal 100 per cento, a due terzi, ad un terzo ed infine a zero. Si spiega in questo modo come mai le misure una tantum siano per il 2005 pari a 7 miliardi e come mai nell’anno successivo il dato sia tendenzialmente pari a zero. Ciò non significa che nell’anno successivo non vi saranno vendite ma che esse saranno deliberatamente mandate a riduzione direttamente del debito e non del disavanzo e quindi non saranno utilizzate per coprire spese correnti o minori entrate.
        Svolgerò alcune considerazioni sul famoso tendenziale, su cui nell’ultima audizione svoltasi in Commissione bilancio del Senato su altri temi, abbiamo avuto già modo di discutere, chiedendoci perché sia così alto e cosa indica.
        Diciamo subito che il tendenziale di entrate e di spese e nella fattispecie di disavanzo è una variabile stimata dalla Ragioneria generale dello Stato, e fatta propria dal Ministro, sulla base della legislazione vigente, che per definizione esclude il computo di misure
una tantum, a meno che queste non siano estese su un arco di più anni, ma non è questo il caso. Il motivo, quindi, per cui da un indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni del 2,4, rispetto al PIL, dello scorso anno e del 2,9 circa di quest’anno si arriva ad uno del 4,4, va ricercato proprio nel venir meno degli effetti contabili di queste misure una tantum. Per il prossimo anno si prevedono misure una tantum per 7 miliardi di euro, pari a circa la metà rispetto a quelle di quest’anno. Le politiche una tantum, su cui si è molto discusso anche animatamente, sono state effettuate per cercare di mantenere i conti entro i parametri fissati in ambito europeo in un periodo in cui, a partire dal 2001, la congiuntura è stata molto debole. Quando essa gira verso il positivo, come sta accadendo, è essenziale sostituire questo genere di misure con altre di carattere strutturale proprio quando la situazione rientra nella normalità. Si spiega, in questo modo, il dato dell’indebitamento netto al 4,4 per cento rispetto al PIL. Non vi è una esplosione della spesa o un crollo delle entrate, ma semplicemente il venir meno di questo «zoccolo» di misure una tantum che ha consentito di rispettare gli impegni in quegli anni.
        Un aggiustamento di 24 miliardi, come si è più volte sostenuto, è importante: stiamo parlando di un aggiustamento rispetto al tendenziale e non di aggiustamento rispetto alla situazione attuale. Oggi si registra il 2,9 del disavanzo; il prossimo anno dovrebbe assestarsi al 2,7. Quindi, rispetto alla situazione attuale, l’aggiustamento è pari allo 0,2, però, rispetto al tendenziale, cioè all’agenda degli interventi da effettuare, è sicuramente più ampio: 17 miliardi di euro, circa 34.000 miliardi di lire. Spesso ho constatato che i giornali hanno contrapposto questa manovra alla manovra Amato. Io stesso ho lavorato in quegli anni a quella manovra e posso garantire che quella attuale non è assolutamente di quelle dimensioni. In quel caso si trattava di 90.000 miliardi di lire e vi era una significativa correzione rispetto al passato. Questa è una correzione di 34 miliardi di euro rispetto al tendenziale. Tuttavia, come ho chiarito nel corso delle consultazioni con le parti sociali e poi con i colleghi di Governo, non ci illudiamo che si tratti di misure indolori perché, con questo ammontare, questo non sarebbe possibile. Chiarita la cornice, proprio per mettere dei paletti ed evitare di generare fraintendimenti o, nella stesura della finanziaria, avventure intellettuali su capitoli di bilancio che considererei perniciose, il Governo, nella persona del presidente del Consiglio Berlusconi, ha preso l’impegno, che considero corretto, di non toccare sanità, scuola, servizi sociali e sicurezza. Quattro aree che, in una fase ancora difficile, costituiscono, nei casi di sanità, servizi sociali e sicurezza, una rete essenziale di protezione (tenete conto che, a quanto si apprende, dai nostri concittadini emerge un bisogno di sicurezza sociale, non di altre cose, quindi tendere queste reti nell’attuale situazione economica continua ad essere fondamentale), mentre nel caso della scuola rappresentano un investimento sul futuro. Sarebbe, infatti, assurdo, nel momento in cui abbiamo bisogno di sviluppo, intervenire sulla scuola. Queste quattro aree sono fondamentali come rete di sicurezza sotto l’aggiustamento e sotto la misura di sviluppo. Quindi non siamo al «thatcherismo» promesso, al contrario. Ieri mi è capitato in mano il libro «Lezioni di politica sociale» di Einaudi, nel quale l’autore si dimostra veramente un liberale illuminato di quegli anni a cavallo tra due ere, molto liberale da un lato ma anche molto attento a questi valori dall’altro. Ritengo che i suoi insegnamenti siano fondamentali per un Paese come il nostro.
        Bisogna poi preservare il potere di acquisto. E’ molto facile negli aggiustamenti toccare il potere di acquisto, che è fatto di redditi e di prezzi, entrambi importanti. Sostenere il rapporto tra retribuzioni di fatto e prezzi, agendo sulle due lame di questa forbice, è sicuramente importantissimo.
        Le cifre della manovra per il 2005 sono quelle che abbiamo elencato, per il 2006 ci sono ancora 13,7 miliardi di aggiustamento, perché bisogna correggere i 7 miliardi di
una tantum ereditati dal 2005. Negli anni successivi abbiamo manovre di contenimento. Risultano tanto più plausibili i numeri relativi al 2008 al 2007 e al 2006, meno le una tantum, quanto più sarà seria la manovra del 2005, una manovra che, credo, intervenga nell’anno giusto. Non vedrei parte dell’aggiustamento spalmato in un anno elettorale. La manovra, quindi, va fatta nella finanziaria che viene, perchè sarebbe molto più difficile procedere all’aggiustamento fra 12 mesi. Ripeto, quanto più saremo bravi nel 2005, tanto più sarà possibile essere leggeri negli anni successivi.
        Abbiamo visto che il
deficit, cioè l’indebitamento netto rispetto al PIL, sta tra il 2,9 e il 2,7. È molto importante l’avanzo primario. Se uno fa l’economista o si occupa di mercato, è quella la variabile che deve guardare. È molto più importante l’avanzo primario di tutte le altre variabili di finanza pubblica. Esso risale circa verso il quattro per cento rispetto al PIL, valore che fu concordato al momento dell’entrata dell’Italia nell’euro dall’allora ministro Ciampi.

        GRILLOTTI (AN). Non era il cinque?
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. In realtà, è vero, fu concordato il cinque, buttando il cuore oltre l’ostacolo, ma ritengo che con il quattro il debito si riduca molto e non ci siano grandi problemi.

        Come dicevo all’inizio, lo scenario che si delinea nel DPEF non è ottimista. D’altronde, l’ottimismo non avrebbe avuto senso, come non avrebbe avuto senso cercare di scommettere, perché non era il momento di scommettere, ma il momento di essere quanto più possibile credibili. E su questo il Governo si è trovato totalmente concorde.
        La variazione del PIL, rispetto a quella stimata dai principali istituti (Prometeia, Confindustria, Commissione europea e FMI), è in linea. Per il Fondo monetario e la Commissione europea siamo all’1,2 per cento nell’anno in corso e al 2,1 nell’anno prossimo quindi siamo veramente in linea con le previsioni. C’è una grande discrepanza sul disavanzo, per l’ovvio motivo che noi abbiamo quello programmatico e loro quello tendenziale. Quindi dovremo confrontare il nostro 4,4 per cento, quale rapporto
deficit-PIL, con i dati relativi al 2005 indicati dai principali Istituti ( pari a 3,5, 3, 4, 2,8 per cento).
        Aggiustare il bilancio, in questa fase, non significa tagliare la spesa, ossia spendere dieci quest’anno e nove il prossimo, ma significa correggerla rispetto alle proprie tendenze. Il
deficit tendenziale salirebbe, mentre il deficit programmatico scende. La spesa può continuare a salire, perché in una economia che cresce, anche al due per cento, salgono le entrate. Si tratta quindi di tagliare rispetto alla tendenza e non rispetto alla situazione attuale. In questo senso è un po’ semplicistico, come hanno fatto autorevoli commentatori, sommare gli aggiustamenti e dire che si deve tagliare per 80.000-90.000 miliardi in cinque anni. Ogni anno si deve aggiustare la dinamica rispetto alla crescita. Rispetto alla situazione attuale, oscilliamo intorno ad un tasso di crescita del PIL compreso tra il due ed il tre per cento, non stiamo andando a zero.
        Chiudo sulla parte dell’aggiustamento, sulla quale mi sono dilungato. Avrete notato che le misure non ci sono, ma non possono esserci, perché quel che faremo nel mese di agosto è produrre un menù di scelte su cui ascolteremo le parti sociali nei primi giorni di settembre. Poi il Governo farà una sintesi politica.
        Vengo ora alla parte della politica di sviluppo, che è costituita da una serie di interventi più ortodossi, convenzionali, non particolarmente innovativi, ma necessari. Mi riferisco sostanzialmente agli impegni dell’Agenda di Lisbona «rinforzata», quindi riforma del lavoro, che secondo noi è completata (non ci aspettiamo alcuna innovazione sul fronte del mercato del lavoro, nel quale peraltro il tasso di disoccupazione è sceso a livelli non dico soddisfacenti, perché il dato dell’8 per cento circa nel 2004 non è certo fantastico, però molto bassi), e riforma delle pensioni, che è stata ora varata. Le modifiche da ultimo introdotte alla riforma delle pensioni del 1996 riguardano i due temi del pensionamento anticipato e del secondo pilastro. A fronte della gobba della spesa pensionistica sul PIL, derivante dalla riforma del 1996, unanimemente ritenuta un po’ alta, ma virtuosa, perché nessun altro Paese europeo, tranne l’Inghilterra, ha una spesa pensionistica che scende così tanto negli anni successivi, dovevamo abbassare il punto di massimo della gobba, intervenendo sul pensionamento anticipato, e costituire un secondo pilastro (la previdenza integrativa) che integrasse i redditi al momento della flessione della gobba. Infatti, al momento della flessione, il sistema pensionistico diventa sostenibile per lo Stato, ma insostenibile per le famiglie, quindi si rende necessario un sistema integrativo per ovvi motivi.
        C’è poi il discorso sulla tutela del risparmio, essenziale per lo sviluppo dei mercati, e la vera Agenda di Lisbona (ricerca, capitale umano, innovazione, tecnologia, Mezzogiorno, programma Paese e riforma fiscale). L’idea è arrivare ad una crescita alta e sostenibile, prerequisito per l’aggiustamento dei conti, a sua volta alimentata dall’aggiustamento degli stessi. I conti riflettono l’economia e nessun Paese moderno ha mai aggiustato i conti senza la crescita.
        Il programma di sviluppo, come quello dei tagli, va completamente scritto. Si parla di una riduzione delle imposte completamente coperta, mi dilungherò tra un momento su cosa intendo con questa espressione, di un punto di PIL in due anni. Bisogna ancora decidere come spalmarlo nei due anni su imposta personale sui redditi e su IRAP, tutto ciò affiancato da un forte programma di lotta all’evasione fiscale e al sommerso. Enfatizzo entrambe. Sul sommerso abbiamo ottenuto un grande successo, sull’evasione occorre uno sforzo particolare. Cosa vuol dire riduzione completamente coperta? Vuol dire proprio coperta, perché agenti economici razionali, quando vedono una riforma non coperta prefigurano un ampliamento strutturale del disavanzo, si attendono che le imposte aumenteranno nuovamente e non cambiano il loro piano di risparmio o di investimento. Con due economisti abbiamo esaminato 27 episodi di riduzione delle imposte nei Paesi sviluppati dal 1970 ad oggi. Ebbene, funzionano, cioè hanno effetti sul reddito, solo quelli coperti. Quelli scoperti, invece, non hanno quasi mai effetti, perché razionalmente si ritiene che non siano sostenibili. Pertanto, meglio ridurre in parte ma con competenza piuttosto che fare una riduzione al buio senza sapere dove si va a finire.
        Sul programma dello sviluppo, ovvero l’Agenda di Lisbona, non mi dilungo perché la conoscete tutti bene. Vorrei solo precisare che con l’espressione «
partnership pubblico-privato con fondo rotativo e project financing», quali strumenti per rilanciare gli investimenti e migliorare la competitività, intendo riferirmi a forme di finanziamento dell’investimento basate sull’afflusso di capitali privati come quelle adottate, ad esempio, dalla Banca europea degli investimenti fin dalla sua fondazione, dal Programma europeo per le infrastrutture, varato durante il semestre di Presidenza italiana, e dalla Cassa depositi e prestiti.
        Il Mezzogiorno è un capitolo a sé che, strutturalmente, conosco un po’ meno, ma la logica è quella dell’attrazione degli investimenti, non quella del sussidio. Dobbiamo riuscire ad attrarre in quest’area investimenti, valorizzando i punti di forza, come l’ambiente, le risorse artistiche e culturali, il turismo, e rinforzando i punti di debolezza, cioè le infrastrutture materiali e immateriali. Tra le infrastrutture immateriali includo l’ordine e la legalità e una pubblica amministrazione efficiente. Ovviamente non sono programmi di un anno ma sono programmi molto importanti. Anche se la stimiamo al minimo, questa seconda manovra (fondo rotativo e riduzione fiscale spalmata in due anni con molta prudenza e completamente coperta), ha un effetto espansivo sulla crescita che contrasta l’effetto precedente.
        Il debito si riduce canonicamente – non ci sono altre scorciatoie – con un aumento dell’avanzo primario e la riduzione della spesa per interessi. L’aumento dell’avanzo primario alimenta la riduzione del debito, genera gli indicatori di sostenibilità, ma mentre sale al 4,8 per cento del PIL ricorriamo ad un
extra-effetto con una politica di dismissioni. Molti hanno affermato che non riusciremo a realizzare privatizzazioni per 25 miliardi di euro l’anno. Certo, non vi riusciremo, ma non si tratta di privatizzazioni di azienda, si tratta di una politica di cessione di attivi, realizzata sullo stato patrimoniale, che consiste di privatizzazioni in senso classico, di cessione di crediti, concessioni, attivi di vario tipo. Negli anni scorsi questa politica ha realizzato numeri uguali o superiori a 25 miliardi di euro; anche l’anno scorso si sono avuti 16,7 miliardi di euro di privatizzazioni e più di 9 miliardi di altre cessioni, tutti sotto la linea per ridurre il debito, senza effetti sull’indebitamento.
        Ritengo che, senza essere particolarmente coraggiosi o ottimisti, esistano i presupposti per la ripresa: il ciclo internazionale è favorevole, il reddito disponibile aumenta, l’occupazione è in crescita, l’inflazione sta rallentando. Il problema è che mettendo in fila quattro ingredienti sul tavolo non si prepara la minestra; gli ingredienti vanno mescolati in modo adatto.

        GRILLOTTI (AN). Bisogna trovare il cuoco giusto!
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Certo, bisogna trovare il cuoco giusto. Il condimento dei quattro ingredienti è necessariamente la fiducia, che non vuol dire ottimismo bensì tranquillità e questa viene data dai segnali giusti di politica economica. Mi riferisco alla fiducia di 60 milioni di italiani e degli altri Paesi europei, perché il nostro risultato dipende anche dalla fiducia europea. Il punto che tendo ad evidenziare, anche con i colleghi di Governo, è che l’economia non la fanno il Governo, gli enti locali, le grandi imprese, ma la fanno 60 milioni di persone. Come girare le aspettative di 60 milioni di persone è un problema che affascina e rimane sostanzialmente irrisolto dai tempi di David Hume o di Keynes. Posso soltanto dire che la fiducia e la condivisione di questo programma, che per ora è condivisione dei quadri, niente di più, sono gli ingredienti fondamentali per uscire dalla trappola della bassa crescita. Senza l’uscita da questa trappola non esiste legge finanziaria capace di raddrizzare la finanza pubblica.
        PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro per la completezza della sua esposizione che per noi è abbastanza importante. Cedo la parola ai colleghi per formulare le domande. Se non vi sono obiezioni, procederemo a gruppi di domande a cui il Ministro risponderà di volta in volta.
        MORANDO
(DS-U). Il DPEF, a mio avviso molto correttamente, afferma che la manovra correttiva per il 2004, che in rapporto al PIL del periodo di riferimento non vale in realtà 0,6 ma vale, come il professor Siniscalco sa bene, un po’ più di un punto di prodotto interno lordo, deprime la crescita dello 0,2 per cento, tant’è che si abbassa la valutazione di crescita del PIL in modo corrispondente. Il DPEF, invece, quando si riferisce al 2005 e agli anni successivi non fornisce alcun elemento per spiegare perché la manovra correttiva del 2005 di due punti percentuali di PIL favorirebbe la crescita del prodotto interno lordo, dal tendenziale a legislazione vigente previsto all’1,9, al 2,1 per cento programmatico. Questa prima domanda potrebbe sembrare di mera speculazione intellettuale, se non fosse che la legge n. 468 del 1979 autorizza un’operazione di copertura della legge finanziaria attraverso gli effetti indotti dalla manovra stessa: è l’unico caso nel quale, esplicitamente, la norma di contabilità autorizza un’operazione che altrimenti è da considerarsi «vietata». È quindi decisivo sapere se vi è coerenza e quale tipo di coerenza – il DPEF non fornisce elementi di comprensione in proposito – tra il quadro tendenziale a legislazione vigente e il quadro programmatico, soprattutto in rapporto agli effetti depressivi o di sviluppo sull’economia reale. Se non abbiamo questo elemento, il rischio è che l’intero prospetto di copertura della legge finanziaria sia assolutamente ingiudicabile, con le conseguenze del caso.

        Quanto alla seconda domanda, nel DPEF si afferma – e lei lo ha ripetuto in questa sede – che gli effetti di riduzione di un intervento di riduzione della pressione fiscale sono positivi soltanto se interamente coperti. Premetto subito che, per le conseguenze operative che derivano da ciò, sono d’accordo per il caso italiano. Tuttavia, si sostiene che tutto ciò deriverebbe da una valutazione che nasce dall’evidenza empirica. A me sembra che l’evidenza empirica dimostri esattamente l’opposto. Se si vuole avere un effetto immediato e significativo di crescita del PIL da un’operazione di riduzione della pressione fiscale in realtà, come dimostra empiricamente, secondo me, il caso degli Stati Uniti dopo l’amministrazione Clinton, bisogna fare esattamente l’opposto: realizzare l’operazione di riduzione della pressione fiscale totalmente in deficit. Solo se l’operazione è totalmente in deficit il segno sarà sempre positivo, mentre, se è coperta, assieme al segno positivo dell’effetto indotto dalla riduzione della pressione fiscale sul consumo e sugli investimenti, avremo un effetto negativo dovuto alla caduta della domanda, ad esempio dei consumi della pubblica amministrazione. Nel caso dell’Italia non si può procedere alla riduzione della pressione fiscale in deficit. Avanzo questa osservazione perché in realtà nel DPEF a un certo punto si verifica, a mio avviso, un salto logico. Prima vi è la scansione che lei ha illustrato: riduzione del deficit, riduzione del debito, misure di sviluppo. Tutte e tre le misure sono integrate, devono svilupparsi contemporaneamente nel quadro di una strategia unitaria, ma a pagina 37 vi è un salto, a mio avviso imposto dalla politica e non da valutazioni di scienza economica. Si parla infatti di riduzione del deficit, riduzione del debito e riduzione della pressione fiscale, che diventa l’unica misura di promozione dello sviluppo. Sappiamo purtroppo che in Italia, tale riduzione va coperta e non possiamo permetterci di realizzarla in deficit; ammesso che la riduzione della pressione fiscale abbia un effetto di sviluppo e non depressivo del PIL, essa dispiegherà tale effetto almeno dopo due anni, come dimostrano gli studi sull’argomento che ho potuto leggere, e soprattutto deve scontare nei primi due anni una caduta del prodotto interno lordo. Mi piacerebbe sapere come a suo giudizio si risolve questo rebus.
        Vengo alla terza domanda. Lei in parte ha già detto di ritenere assorbibile un’operazione di questo genere da parte dell’economia reale, tuttavia continuo a ritenere che 100 miliardi di dismissioni in tre anni siano, per un’economia delle dimensioni di quella italiana, sopportabili ma soltanto a condizioni molto particolari, che meriterebbero di essere maggiormente approfondite.
        Lei ha giustamente detto che ritiene che il
mix sul versante del miglioramento dell’avanzo primario dovrebbe subire una maggiore accelerazione nel tempo, soprattutto nell’immediato. In effetti, se il 4,8 per cento si raggiunge soltanto nel terzo anno, temo che le misure di dismissione, per raggiungere lo stesso risultato di una riduzione del volume globale del debito, dovrebbero essere legate ad un miglioramento dell’avanzo primario. Non ci sono alternative per migliorare il dato relativo al debito. Siccome lei ipotizza di riportare l’avanzo primario vicino alla soglia del 5 per cento soltanto alla fine del periodo, a mio avviso è necessario che il mix tra misure di dismissione e avanzo primario venga riformulato in maniera più corretta.
        La quarta domanda è volta a sapere se il tendenziale per il 2004 continua ad avere al suo interno la piena realizzazione della manovra correttiva 2004. Come lei sa, mi riferisco al condono edilizio, al concordato e al blocco delle assunzioni. Se al suo interno sono previste queste misure, allora va bene, perché è stata rispettata la legge n. 468 del 1978 che prevede che le misure da adottare siano a legislazione vigente. Tutti sappiamo però che se quel tendenziale contiene al suo interno questi tre dati, esso propone in realtà ipotesi del tutto irrealistiche, per cui il tendenziale per il 2004 è migliore della realtà e lo scostamento per il 2005 è a mio giudizio più elevato di quello previsto nel DPEF.

        SINISCALCO, ministro dell’economia e delle finanze. Sono misure una tantum.
        MORANDO
(DS-U). Se così non è, lei potrà successivamente spiegarlo, ma credo che l’impresa sarà piuttosto ardua. Detto questo, sarebbe bene che lei ci dicesse se, come immagino, il tendenziale a legislazione vigente incorpora anche i 2 miliardi di euro di cui non sappiamo nulla derivanti da misure amministrative ipotizzate nell’ultima manovra correttiva. Se questa ipotesi è vera, se cioè queste misure sono nel tendenziale a legislazione vigente, vuol dire che non sono solo misure meramente contabili, ma piuttosto misure «reali», altrimenti non potrebbero essere considerate nel tendenziale a legislazione vigente. Se si tratta di misure reali, in questa fase dell’anno bisognerebbe capire quali sono.

        La quinta domanda è in questo senso: se tutto o quasi tutto il peggioramento del tendenziale deriva dal cattivo andamento del prodotto interno lordo di questi anni, come si sostiene esplicitamente nel DPEF, perché l’indebitamento esplode nel 2004, cioè nel primo anno in cui una crescita sembra effettivamente determinarsi?

        PRESIDENTE. Dal momento che sono molti i colleghi iscritti a parlare, invito tutti, come del resto è prassi, ad assicurare la massima concisione nei loro interventi.
        MARINO
(Misto-Com). Signor Presidente, nell’esposizione testé resa dal Ministro, in larga parte condivisibile per quanto riguarda gli obiettivi, io leggo anche un’implicita critica alle scelte fatte nell’ultimo triennio. Ma non voglio dilungarmi su tale questione perché è in ogni caso rinvenibile dagli atti parlamentari. Sicuramente, però, la caterva di condoni e sanatorie fiscali inaugurate fin dall’inizio della legislatura, a mio avviso – e non soltanto a mio avviso – ha prodotto effetti deleteri sulle entrate.

        Credo che sia venuto il momento di dire basta ai condoni fiscali. Invece, da parte di alcuni, sembra che si intenda ancora ricorrere a queste misure, mentre si potrebbe intervenire, ad esempio, sugli aggi, sul lotto e le lotterie oppure uniformare le aliquote dei redditi da capitale e in particolare condurre una lotta, che invece è stata interrotta, all’evasione e, in particolare, all’elusione fiscale. Questo dovrebbe essere un impegno specifico rispetto agli scenari delineati.
        Alcune scelte hanno pesato in modo particolare. Mi limito soltanto a citare una cifra, signor Ministro. Per l’impegno militare in Iraq la spesa finora ammonta a circa 1.600 miliardi delle vecchie lire, pari a circa 800 milioni di euro. Mi riferisco a quella che viene definita, a mio avviso erroneamente, missione umanitaria, anche se in effetti le spese a carattere umanitario costituiscono soltanto l’8 per cento del totale che finora soltanto per l’Iraq, ammonta a 800 milioni di euro.
        Per il Mezzogiorno si parla di attrarre nuovi investimenti, ma la politica condotta sinora è andata in una direzione assolutamente contraria. L’unico fatto positivo che si riscontra dalle dichiarazioni rese mi sembra un’attenzione molto meno superficiale al patto di stabilità e crescita.
        Per quanto riguarda i successi rispetto al sommerso, almeno secondo quanto mi risulta essi si limitano ai 700.000 immigrati che sono stati regolarizzati, per cui anche il dato sull’occupazione è aumentato. Una volta si insegnava che se il PIL cresce del 3 per cento, l’occupazione cresce dell’1 per cento. Ora, invece, si è dimostrato statisticamente che la crescita non c’è, però l’occupazione aumenterebbe, in conseguenza della regolarizzazione di 700.000 lavoratori immigrati. È questo il risultato effettivo della lotta al fenomeno del sommerso?
        Passo ora a trattare l’argomento che mi interessa di più. Operazioni fatte all’inizio dell’anno hanno comportato una cessione di una parte dei pacchetti azionari di ENEL, ENI e Poste alla Cassa depositi e prestiti, che è una S.p.A. di proprietà del Tesoro e ora in parte anche delle fondazioni. Vi è l’intenzione di cedere ulteriori azioni della Cassa depositi e prestiti ad altri?
        Quando si parla di liberalizzazione dell’economia, e in particolare mi riferisco alle dismissioni, alle cessioni di crediti, alle concessioni e ai patrimoni, c’è anche l’intenzione di cedere ulteriori quote di azioni dell’ENEL e dell’ENI che stanno producendo profitti enormi? Tra l’altro, nella tabella dell’entrata c’è una voce che si riferisce agli utili ed ai dividendi derivanti dal possesso di queste azioni. Si tratta di utili di ammontare consistente che arricchiscono il nostro bilancio. Quando si parla di privatizzare ulteriori pacchetti azionari dell’ENEL o dell’ENI si pensa ad un’operazione di mercato, si pensa di ripetere operazioni simili a quelle precedenti o di cedere quote della Cassa depositi e prestiti, che lei in precedenza ha citato?
        Dal momento che siamo in una fase iniziale della discussione, senza mettere mano agli ingredienti di cui lei parlava, risulta piuttosto difficile entrare nel merito delle questioni. Se è possibile avere qualche anticipazione, allora questo incontro non potrà che essere molto utile ai nostri lavori, altrimenti si tratterebbe di una fase talmente preliminare da lasciare tutto abbastanza incerto.

        GIARETTA (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevole Ministro, riconosco volentieri che c’è in questo DPEF un cambiamento del genere letterario, per così dire, rispetto a quelli precedenti: non c’è più la prosa immaginifica dell’ex ministro Tremonti, ma un tentativo di offrire elementi conoscitivi, almeno nelle analisi, più trasparenti.

        Credo siano condivisibili gli obiettivi della correzione strutturale dei conti, del rilancio della crescita, della riduzione del debito, come inscindibile pacchetto di strumenti da mettere in atto: era esattamente ciò che in questi tre anni abbiamo cercato di sottolineare, perché ci sembrava che tali strumenti mancassero nelle proposte fin qui avanzate dal Governo.
        Il problema – in questa fase, perlomeno – è che sulla correzione strutturale dei conti si forniscono delle cifre ma non si indicano gli strumenti, perché viene citata solo la prosecuzione della Consip, la trasformazione dei sussidi, gli sgravi fiscali, e quindi non riusciamo a capire quali saranno le scelte del Governo.
        Circa il rilancio della crescita, vengono tratteggiate le politiche, che sono più o meno quelle già previste nei DPEF degli ultimi dieci anni. Qui mancano però le cifre: quante risorse aggiuntive ci saranno?
        Sulla riduzione del debito, lì interverrà la capacità politica e la capacità dei mercati, naturalmente, di rispondere a queste proposte.
        Questi elementi conoscitivi non mancano naturalmente per problemi tecnici o solo per questi: mancano perché ancora non c’è l’accordo politico nella maggioranza per scrivere questo menù.
        Delle due domande che intendo porre, la prima è come si riuscirà ad uscire, ad avviso del Ministro, da questa insanabile contraddizione tra l’esigenza di una scossa per uscire dalla trappola della bassa crescita e la necessità di affrontare una manovra correttiva (concentrata in quest’anno per le inadempienze del Governo negli esercizi precedenti) fortemente recessiva: 24 miliardi di euro quest’anno e altri per gli anni che seguono, particolarmente nell’esercizio successivo.
        La seconda domanda è la seguente. Il DPEF è un po’ più sfumato rispetto ai dati contenuti nei prospetti illustrati dal Ministro circa gli interventi di sgravio fiscale. Il Ministro ha parlato di un punto percentuale del PIL e della necessità di coprire completamente questi sgravi per un’azione importante. Chiedo: questa scossa, che sembra esclusivamente affidata a tale incerta riduzione della pressione fiscale, come pensate di coprirla? Infatti, intanto, nella manovra del 2004, la legge finanziaria più la manovrina che abbiamo approvato nei giorni scorsi, determinano un aumento dell’imposizione fiscale per circa 3.400 milioni di euro per vari interventi e per circa un quarto di punto del PIL; in realtà, si è quindi determinato un aumento non trascurabile della pressione fiscale con queste manovre aggiuntive. Vorrei pertanto avere qualche indicazione di più sulle ipotesi di copertura di questo intervento.

        SINISCALCO, ministro dell’economia e delle finanze. Signor Presidente, se consentite risponderei nell’ordine inverso alle domande.

        Primo tema. Lei, senatore Giaretta, ha parlato elegantemente di DPEF «sfumato»; io potrei dire «aperto», nel senso che abbiamo tentato di replicare, anche per esigenze di comprensibilità internazionale, il processo di politica economica in sede europea. Cosa si fa lì? Si approva un documento di questo genere, anche più vago perché non ha le cifre, che si chiama «Grandi orientamenti di politica economica» («Broad Economic Policy Guidelines»); poi intervengono i negoziati nazionali per pervenire agli schemi di legge finanziaria, quindi si presenta il Patto di stabilità e crescita e successivamente si verifica il patto di stabilità stesso. È quindi un imbuto che si stringe.
        Ciò detto, pur nel suo carattere sfumato, è un quadro che noi vogliamo condiviso quanto meno nella cornice e nelle cifre. Io ritengo importante aver chiarito che bisogna operare in primo luogo un aggiustamento e in secondo luogo un rilancio stando attenti al debito. In sé, non è banale. Poi, ha ragione lei, senatore Giaretta, bisogna riempire il quadro. Perché bisogna riempire e perché il DPEF è così vago? Non tanto perché non esistono ipotesi tecniche (peraltro, le persone con cui lavoro e io stesso abbiamo lavorato alla Ragioneria generale dello Stato per molti anni), ma perché vorremmo appunto procedere passo passo, cercare una condivisione del quadro; poi, condiviso e bloccato il quadro alla fine di questa discussione parlamentare (ecco la risoluzione), cominceremo a lavorare sulle manovre, produrremo un menù e si faranno delle scelte politiche. La fondamentale differenza con un Ministro politico, e dunque con il mio predecessore, sta nel fatto che noi presenteremo dei menù di scelte sui quali la sintesi politica opererà successivamente, anche sentite le parti sociali e gli altri suggerimenti. E poi non c’è un solo modo di fare le cose. Quindi, il quadro si arricchirà, si arriverà alla condivisione. Ovviamente, si tratta di un quadro ampio e aperto.
        Ciò detto, il modo in cui lo riempiremo di contenuti fa la differenza rispetto alla seconda domanda che lei ha posto, senatore Giaretta, che è anche la domanda che ha posto il senatore Morando prima in termini più quantitativi: come attuare una politica economica di questo carattere senza determinare recessione? Ovvero, come mai nel 2004 si registra un tipo di impatto e nel 2005 un altro?
        Ciò che abbiamo appreso in questi anni è che, fermo restando la misura dell’aggiustamento, il modo in cui lo si fa, la struttura della manovra, il modo in cui la si articola può fare la differenza: si possono tagliare spese che hanno un impatto molto forte sulla crescita o sull’equità; si può tagliarne altre in un altro modo; si possono fare delle manovre sulle entrate che hanno certe caratteristiche; se ne possono fare altre.
        Certamente si tratta di una scommessa che abbiamo appreso da molti casi, perché guardate che in Europa veniamo tutti da un decennio di aggiustamenti; purtroppo, noi non sappiamo fare lo sviluppo, ma l’aggiustamento sì, così come sappiamo fare le politiche antinflazionistiche; siamo diventati tutti esperti, in Francia, in Germania, in Italia di questo tipo di politiche, mentre i Paesi atlantici che dicevo prima sono diventati esperti di riforme.
        Allora, quello che si tratterà di fare, a un certo punto, sarà riempire di contenuti la manovra di 24 miliardi di euro, ovvero di 17 miliardi strutturali più 7 miliardi di
una tantum, ma non da un punto di vista di composizione degli interessi, bensì da un punto di vista di composizione della manovra, affinché abbia il minore impatto possibile sulla crescita.
        Quanto – ripeto – al primo punto che lei poneva, senatore Giaretta, sul cambiamento di genere del DPEF, non si tratta tanto di un cambiamento di genere letterario, perché non di
wording si parla, ma sicuramente di un tentativo di sobrietà quantitativa; credo però che chiunque fosse seduto su questa poltrona in questo periodo l’avrebbe fatto, per l’ovvio motivo che questi sono i numeri da cui si parte e con cui dobbiamo convivere.
        Senatore Marino, lei ha detto cose condivisibili circa l’impegno militare, il Mezzogiorno, eccetera. L’unica obiezione che sollevo è sulla valutazione dell’aumento di occupazione (dovuto, secondo me, in parte alla riforma del mercato del lavoro) e dunque sul fatto che si tratti solo di un effetto della regolarizzazione oppure anche di altro. Lei è partito dalla legge più nota tra gli economisti degli anni Ottanta, la legge di
Okun: tre punti di crescita, un punto di occupazione. Qui assistiamo a un paradosso ovvio, secondo il quale in fase di stagnazione continua a crescere l’occupazione. La crescita deriva tutta dalla regolarizzazione? Ovviamente no, perché l’aumento dell’occupazione per la riforma del mercato del lavoro comincia molto prima della regolarizzazione. Guardi che questo paradosso, che stiamo cercando di comprendere, comincia con la riforma del lavoro Treu, non comincia con la regolarizzazione: è che un mercato che funziona meglio alloca meglio le proprie risorse.
        Bisogna trovare un punto di equilibrio perché, se si prevede troppa precarietà, l’occupazione aumenta ed è flessibile, ma la sicurezza sul posto di lavoro decresce, per cui è sempre una questione di
trade-off. Sostenere però che si tratti esclusivamente del risultato della regolarizzazione credo non sia del tutto esatto; personalmente tenderei a pensare che in parte vi è migliore allocazione. Si pensi, ad esempio, al fatto che l’aumento dell’occupazione – non voglio ora citare dati a memoria – è in gran parte concentrato sulle fasce femminili, essendo legato alla flessibilità, al part-time, e così via; non credo, quindi, che si tratti di immigrazione. Sono cose che andranno studiate con molta attenzione, sulla base di dati quantitativi precisi. Io credo che ci sia sicuramente l’effetto della regolarizzazione, ma anche un effetto diverso che peraltro si ripercuote sull’andamento favorevole anche dei contributi sociali. Tenderei quindi a scegliere una soluzione mediana tra le due cose, riconoscendo che c’è sicuramente un effetto di questo tipo.

        MARINO (Misto-Com). Signor Ministro, lei parlava di successi nel campo della lotta al sommerso. Questo dato degli immigrati regolarizzati va rapportato anche a quello dell’emersione del sommerso?
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Il dato del sommerso non corrisponde al dato delle regolarizzazioni, che viaggiano lungo un proprio canale; infatti, se un soggetto lavorava in nero o comunque in maniera irregolare e l’anno dopo lo ritroviamo iscritto in un’altra azienda, diversa dalla precedente, non per un meccanismo di regolarizzazione, ma per il fatto che ha deciso di emergere autonomamente, si tratta ovviamente sempre e comunque di emersione di lavoro sommerso.
        MARINO
(Misto-Com). I successi relativi al sommerso cui lei accennava si riferiscono anche ad un dato occupazionale? E in che misura?
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. A memoria non so dirlo esattamente, ma sicuramente non attribuirei tutto l’aumento dell’occupazione a questo. È un dato che parte prima della regolarizzazione. C’è un passaggio implicito da considerare in quanto ho detto prima. Quando l’economia langue e l’occupazione sale, è probabile che ciò abbia a che fare con l’emersione, perché altrimenti non si capisce perché dovrebbe salire. Questo spiega d’altronde anche la discesa della produttività cui assistiamo in molti settori del nostro sistema. Non è che sappiamo lavorare peggio! La produttività deriva da un rapporto; io non sono un’economista del lavoro, e sicuramente c’è chi è più esperto di me in questo campo, ma di certo vi è un fenomeno di emersione o di regolarizzazione, ma non solo per il canale di regolarizzazione determinato dall’apposito provvedimento, bensì in generale.

        Per quanto riguarda le privatizzazioni, credo anch’io, come è stato detto, che 100 miliardi di euro in tre anni rappresentino una cifra assai consistente. Quando parliamo di crediti, intendiamo l’operazione di cessione dei crediti INPS: ne abbiamo fatte quattro, stiamo realizzando la quinta, ne faremo delle altre; sono meccanismi che consentono anche una gestione molto più efficiente di questi crediti. Pensate, ad esempio, che il tasso di recupero è più che raddoppiato grazie a questi meccanismi. Quindi, di gestirli ancor meglio di quanto avviene ora.
        La cifra di 100 miliardi di euro è sicuramente molto alta: la suddivisione che fissa 25 miliardi, per ciascun anno è una soluzione costruita per abbassare il debito e costituisce l’incognita, perché si tratta di numeri ipotizzati in maniera tale da ottenere poi un certo risultato. Non si tratta però di numeri non plausibili. Negli anni scorsi lo abbiamo realizzato, così come lo scorso anno e così via.
        Sicuramente nelle partecipazioni dello Stato esistono partecipazioni strategiche...

        MORANDO (DS-U). Ma l’anno scorso abbiamo fatto 25 miliardi di cessioni?
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Mi piacerebbe dare un numero più preciso, cosa che potrò fare nei prossimi giorni, ma comunque consideri che si arriva a 16,7 solo con le imprese, cui si devono aggiungere 8-9 miliardi di euro per gli immobili. Direi quindi che approssimativamente dovremmo essere al di sopra della cifra di 25 miliardi. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo realizzato un paio di cessioni di crediti. Con la cessioni di immobili, le cessioni dirette e la trasformazione della Cassa depositi e prestiti si raggiunge la cifra di 16,7 miliardi di euro; quindi siamo arrivati sicuramente a 25 miliardi di euro. L’anno prima vi era stata addirittura la riduzione del debito dovuta allo swap con la Banca d’Italia. Si tratta quindi di un valore che più o meno abbiamo sempre realizzato in questi anni. Come ripeto, non stiamo parlando di aziende, ma di assets, di stato patrimoniale, però il discorso non è molto diverso.

        Basti pensare a cosa è stato realizzato quest’anno in Germania con la cessione dei crediti russi, o a quanto è stato realizzato con la cessione del Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW), l’equivalente tedesca della Cassa depositi e prestiti. Non si tratta di numeri irrealizzabili. Di certo, non si possono immettere sul mercato 25 miliardi di euro per cessione di aziende ogni anno, e neanche in due anni, però non si tratta assolutamente di numeri non plausibili.
        Noi cercheremo di operare sullo stato patrimoniale utilizzando tutti gli strumenti adeguati. Quando ce ne sarà la possibilità ed il tempo, mi farebbe molto piacere venire ad illustrare lo stato patrimoniale a prezzi di mercato 2004, che è uno studio informale che abbiamo predisposto; abbiamo già pronto il dato 2003 e quando volete possiamo illustrare la situazione in termini più generali, che è cosa molto interessante. Se volete, potremo farvelo pervenire anche nei prossimi giorni.

        PRESIDENTE. Noi accogliamo molto volentieri questa promessa, signor Ministro, e ci prenotiamo già per settembre, perché ci sembra una proposta molto interessante, della quale la ringraziamo sin da ora.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Quello che posso dire, avendolo già più volte presentato in sede accademica, in Italia e all’estero, è che il punto fondamentale per quanto riguarda lo stato patrimoniale non è vendere selvaggiamente tutto quello che c’è, ma anzi vendere con un criterio finanziario. Ci sono degli attivi che costano invece di rendere, e molti degli immobili degli enti rappresentavano un centro di costo e non di profitto; in secondo luogo, non bisogna vendere attivi che hanno un impatto positivo sulla crescita futura, anche se costano oggi: l’università costa, ma nessuno la vuole vendere o chiudere, perché genera crescita futura; in terzo luogo, occorre fare attenzione all’equità. Sono principi classici di questo tipo di gestione e verrò a illustrarveli più nel dettaglio. È certo comunque che stiamo procedendo in questo modo, non nel senso di vendere tutto il vendibile.

        Verrei adesso alle numerose domande del senatore Morando. Il primo punto è un po’ di metodo. Nella mia vecchia professione di economista non credo più da anni a quella che si chiama macroeconomia idraulica, secondo cui si introduce un liquido da una parte, si chiude una leva, si gira una manetta ed esce un determinato risultato. Non c’è nulla di meccanico nel mondo in cui funziona l’economia. Viene definita macroeconomia idraulica perché alla «London School of Economics» nello scantinato vi è una macchina idraulica utilizzata per spiegare agli studenti, attraverso l’utilizzo di liquidi colorati che rappresentano la spesa pubblica, gli investimenti e così via, il funzionamento dell’economia (si tratta di un meccanismo complicatissimo). Noi non crediamo più a questo tipo di schema per il quale Lucas ha anche ottenuto un premio Nobel. Noi non crediamo più a questo schema perché nell’economia vi sono molti parametri di tipo psicologico, di tipo adattivo, di tipo strutturale che giocano anche contemporaneamente e fanno sì che identiche misure in situazioni diverse producano risultati molto diversi. Ecco perché è estremamente ragionevole dire che una manovra come quella per il 2004, fatta in situazione di relativa emergenza finanziaria, ha un impatto depressivo; non è stata molto studiata dal punto di vista dell’ottimizzazione del suo impatto. Ecco perché una manovra di aggiustamento che è invece quello che la gente si aspetta, quello che i mercati si aspettano, quello che bisogna fare, se fatta «bene» dal punto di vista della gestione e dell’efficienza può non avere un effetto proporzionale.

        MORANDO (DS-U). Lei sta ipotizzando che abbia un effetto di crescita, non solo che non abbia un effetto proporzionale.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. L’effetto di crescita deriva dal fatto, appunto, che la sola manovra di aggiustamento, secondo i nostri conti, ci avrebbe portato dall’1,9 per cento di PIL tendenziale all’1,6 per cento. La parte di sviluppo – che è costituita da 5 miliardi di fondo rotativo, quindi non è solo tasso di taglio di imposte più la parte fiscale – più la parte strutturale ci avrebbe riportato (sto comunque parlando di quella meccanica che io ho appena contraddetto) da un livello del PIL dell’1,6-1,7 verso un livello del 2,1 per cento programmatico. Ci sentiamo confortati dall’avere stimato comunque un livello di 2,1, premesso che è molto difficile fare delle previsioni; da un punto di vista analitico, siamo però in grado di sostenere tranquillamente questo obiettivo del 2,1 per cento, perché questo è un numero molto ragionevole, vicino al tendenziale comunemente condiviso. Non stiamo immaginando una copertura tramite una crescita basata su assunzioni azzardate, ma piuttosto siamo nell’ambito di un’ipotesi estremamente ragionevole. Quindi noi ragionevolmente immaginiamo che la parte di aggiustamento ci porti ad una riduzione del valore dell’1,9 tendenziale di PIL di partenza, e che la parte di sviluppo comporti una crescita. Quindi non riteniamo pazzesco o non plausibile che l’effetto complessivo possa essere di quel genere. Occorre però fare attenzione perché il modo in cui riempiamo la cornice di aggiustamento e quella di gestione è quello che fa la differenza.

        Ciò detto, il punto di arrivo è molto ragionevole, cioè che la crescita stia intorno al 2 per cento l’anno prossimo è molto plausibile. Come sempre, nella costruzione di questi quadri, bisogna muoversi rigorosamente e meccanicamente, ma anche usare buonsenso nel giudicare alla fine se si opera in modo eccessivo o normale.
        Per quanto riguarda i tagli fiscali, secondo i libri di testo è ovvio che un taglio fiscale in disavanzo nel primo momento ha un impatto più rilevante che se è scoperto completamente. Ma è altrettanto vero che in un secondo momento, quando si considerano le retroazioni, la fiducia dei mercati, le reazioni sui tassi, e via dicendo, la questione si complica talmente, al punto da essere difficilmente catturabile con una storia semplice.
        In tema di evidenze empiriche, desidero citare un pregevole studio fatto dalla dottoressa De Romanis con il professor Daveri della Bocconi (pubblicato sul sito «La Voce» e replicato nei nostri studi), che a sua volta risponde ad uno studio di Guido Tabellini di qualche anno fa. Esso compie un attento esame, dal punto di vista quantitativo, di 26 episodi di tagli di tasse effettuati in 20 anni di storia, rilevando statisticamente che quelli coperti hanno funzionato, contraddicendo in tal modo qualsiasi manuale. Perché? Per il ruolo delle aspettative.
        Se qualcuno questa mattina riducesse le tasse radicalmente senza coprirle, credo che ci sarebbe una certa preoccupazione nei confronti di un taglio di risorse pari a 2 o 3 punti percentuali di PIL non coperto. Ci sarebbe sicuramente un certo effetto. Quindi non si può essere meccanici, bisogna usare un certo buon senso e ricorrere alle evidenze empiriche.
        Sui 100 miliardi di dismissioni credo di aver già risposto.

        MARINO (Misto-Com). Mi scusi Ministro, ma le ho fatto una domanda specifica a cui lei non ha risposto.

        Vorrei capire se c’è l’intenzione di cedere anche pacchetti azionari della Cassa depositi e prestiti S.p.A., ed in particolare se viene ventilata la possibilità di un’eventuale ulteriore cessione di azioni ENEL ed ENI.

        SINISCALCO, ministro dell’economia e delle finanze. Lei ha ragione, ma ognuno ha reticenze obbligate nel proprio mestiere. Come i Governatori delle Banche centrali non parlano mai di tassi di interesse, noi non possiamo parlare di che cosa vendiamo per ovvi motivi, per le variabili sensibili che influenzano i prezzi. Non le posso rispondere, perché in caso contrario non farei bene il mio mestiere. Detto questo, presenteremo un piano di privatizzazione quando sarà il momento. Ci mancherebbe.

        Per quanto riguarda il tendenziale 2004, quello che abbiamo ricevuto dalla Ragioneria generale dello Stato, sconta la piena attuazione della manovra 2004 attuata con la legge finanziaria del 2004, compreso dunque il condono edilizio per 3 miliardi di euro e altre misure da attuare per 2 miliardi di euro. Indubitabilmente esistono incertezze derivanti da queste poste. D’altro canto, come ogni anno, e peraltro si è anche mostrato, esistono gradi di libertà nell’azione amministrativa per cui siamo onestamente fiduciosi di tenere il disavanzo 2004 sotto il 3 per cento, quand’anche qualcuna di queste voci originariamente introdotte nel tendenziale dovesse venire meno.
        Tenete presente che negli anni passati gli obiettivi di bilancio sono stati raggiunti, ovviamente con la piena attuazione delle misure previste nella legge finanziaria, ma anche con altre di carattere amministrativo che si concentrano nella seconda metà dell’anno per aggiustare i conti, per tenere le dinamiche sotto controllo.
        Posso anche anticipare, credo senza far nulla di male, che il fabbisogno del mese di luglio, che risente di queste misure adottate per decreto-legge, riflette già quantitativamente in maniera molto netta l’impatto. Il dato sarà pubblicato lunedì alle ore 17; stiamo finendo di metterlo a punto perché la chiusura è avvenuta ieri, l’ultimo giorno utile del mese. Possiamo però già dire che si rileva in modo molto sensibile l’impatto.

        ANGIUS (DS-U). Signor Ministro, le rivolgo due semplici e brevi domande.

        Torneremo nel mese di settembre a discutere di questa situazione molto complessa quando saremo impegnati nella definizione della legge finanziaria e del bilancio del prossimo anno. Molti degli aspetti che stiamo in questa sede iniziando a discutere in modo positivo – mi sembra – dovremo poi riesaminarli alla luce anche di fatti nuovi e anche degli eventi politici che ci inseguiranno.
        Devo dire che mi ha molto colpito un’espressione che lei, Ministro, ha usato, e non so se le sia scappata dalla bocca o se lo abbia fatto scientemente. In ogni caso, non ha alcuna importanza perché l’ha pronunciata. In riferimento ai segnali dell’economia italiana lei ha usato l’espressione testuale: «Non aveva molto senso essere ottimisti». Secondo me, questo è un buon passo in avanti rispetto alle fantastiche e progressive sorti alle quali sembravamo inarrestabilmente destinati. Ci siamo in un certo senso svegliati. «Non aveva senso essere ottimisti».
        Le rivolgo allora due domande semplici, in un certo senso ingenue. Fermo restando che gli altri colleghi hanno avuto modo di svolgere osservazioni più pertinenti e non grossolane come le mie, la prima domanda è la seguente. Signor Ministro, non ho capito, per miei limiti, per quale motivo questa manovra economica di bilancio è di 24 miliardi di euro. Perché 24 miliardi di euro? Quali sono, cioè, le ragioni per cui si è arrivati a quantificare questa cifra? Perché non è di 5, di 30 o di 15 miliardi di euro? Quali sono le motivazioni, anche in termini di valutazioni, che hanno portato a fare una manovra di 24 miliardi di euro?
        Ricordo che, poco prima che si aprisse la crisi politica che ha portato poi alle dimissioni del ministro Tremonti, c’era stato detto che i conti erano in ordine, che la situazione andava bene, che tutto era a posto. Tutto ciò è stato detto autorevolmente dal Presidente del Consiglio oltre che dallo stesso Ministro. Poi, improvvisamente, ci siamo trovati a passare dal giorno alla notte, dall’ottimismo al realismo o alla crudezza delle cifre. Dalla lettura del Documento di programmazione economico-finanziaria, che per altri versi su tanti punti ho apprezzato, a tale riguardo non capisco. Le chiedo scusa per questa mia domanda ingenua.
        La seconda domanda che le rivolgo è anch’essa da profano incauto. L’altro giorno alla televisione e poi sui giornali (a cominciare dal più importante quotidiano italiano che lo ha riportato con un titolo a piena pagina molto ampio, a cui hanno fatto seguito anche il secondo ed il terzo quotidiano del nostro Paese) è stata annunciata nei dettagli una grande riforma fiscale. Tutti noi siamo stati molto contenti del fatto che si possano abbattere le tasse per tutti. Quindi, ho letto con una certa curiosità le parti del DPEF in cui si fa riferimento alla riforma fiscale (pagine 23, 24, 33 e 37).
        Alle pagine 23 e 24 si dice che ci dovrebbe essere la diminuzione di un punto della pressione fiscale nel 2005 che poi, nel triennio successivo, dovrebbe mantenersi – leggo testualmente – sostanzialmente costante.
        La diminuzione di un punto del PIL, stante il fatto – non credo di sbagliare – che la pressione fiscale complessiva è aumentata nel corso dell’ultimo triennio dello 0,9 per cento, significa sostanzialmente – lo so che non è esattamente così – che più o meno si ritorna ai livelli del 2001. Quindi, nel Documento c’è scritto che la pressione fiscale si mantiene sostanzialmente costante nel triennio successivo, quindi sostanzialmente identica.
        Poi a pagina 33 del Documento si legge che la riforma fiscale prevede la riduzione del numero delle aliquote delle imposte, ma non si specifica in che modo e in che misura, mentre – come sappiamo – era stata avanzata dal Presidente del Consiglio una proposta molto precisa sulle aliquote e sul loro livello.
        Infine, a pagina 37, si dice che l’attuazione del programma di riduzione della pressione fiscale avverrà entro la fine della legislatura. Giustamente, si prende un certo arco di tempo. La domanda è la seguente. Posto che i dati sarebbero così precisi e dettagliati da indurre il Presidente del Consiglio ad esporli in maniera chiara e non equivoca, vorrei sapere per quale motivo molti organi di informazione, la cui fonte – se ben ho capito – è il Capo del Governo, non fanno riferimento ai dati del Documento di programmazione economico-finanziaria, mentre invece divulgano, in materia economica, le dichiarazioni rese dal Presidente del Consiglio durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Ciò che formalmente stiamo esaminando, ossia quello che fa testo, è il DPEF, si possono dire tante parole, ma è il DPEF che dobbiamo esaminare. Ma forse sto ingenuamente sbagliando.
        Chiedo scusa della grossolana ingenuità della domanda che rivolgo. Poiché l’ho vista piuttosto prudente e condivido la sua prudenza sulla riforma fiscale e poiché diversi istituti, come la Banca d’Italia, sono molto prudenti, vorrei avere maggiori notizie a tale riguardo.
        Sono d’accordo con la sua considerazione finale. Molto di ciò che il Paese deve fare si fonda sulla fiducia, ma questa, più o meno ampia, la si conquista quando si è credibili e per essere tali bisogna dire le cose come stanno, scontando magari qualche delusione rispetto a sogni che erano stati fatti e mettendo in moto le forze economiche, produttive e sociali del Paese, in una situazione difficile e complicata.
        Lei, a parte la difficoltà dei conti pubblici (e se non fossero scardinati non si farebbe una manovra da 24 miliardi di euro), della quale magari parlerà, ha giustamente sottolineato che dal punto di vista dell’andamento dell’economia reale non siamo sull’orlo di un baratro, di un precipizio. Questo sarebbe sbagliato dirlo, perché non è così, dobbiamo riconoscere che siamo di fronte ad un dato di tendenza per cui il divario tra noi, che camminiamo, e gli altri, che corrono, è molto forte. Questo è il vero problema. Lasciamo stare l’economia statunitense, loro possono permettersi cose che noi non possiamo permetterci, o le anomalie di segno positivo dell’economia asiatica, ma il divario rispetto a Germania, Francia, Spagna e Inghilterra, nostri diretti concorrenti, cresce, e questo avviene già da alcuni anni. L’impresa è complessa, per cui la fiducia è condizione fondamentale, ma prima di essa vi è bisogno di credibilità. Fare un discorso serio, ancorato alla realtà delle cose, non è solo una condizione, ma diventa una scelta politica.

        CADDEO (DS-U). Signor Ministro, come ha affermato anche il Presidente Angius, l’obiettivo fondamentale del DPEF è quello di dare una scossa per fronteggiare le serie difficoltà attuali. Per farlo vengono individuate tre direttrici di politica economica: la correzione strutturale del deficit, il programma di sviluppo e la riduzione del debito.

        Sulla correzione strutturale del deficit non abbiamo ancora il menù. Noi ce ne lamentiamo, ma capisco la difficoltà della maggioranza a trovare un accordo. Il DPEF fa comunque due anticipazioni, cioè parla di CONSIP e di trasformazione dei sussidi, da fondo perduto a credito agevolato. Si tratta di due elementi importanti. Tuttavia, e ne abbiamo parlato più volte, mi chiedo come sia possibile ottenere risparmi di spesa dalla CONSIP, considerato che abbiamo già inglobato nella legislazione vigente i risparmi previsti dalla centralizzazione degli acquisti con questa società del Tesoro. Come faremo allora ad avere ulteriori risparmi nell’anno prossimo?
        È stata prevista una riduzione di spesa per 24 miliardi di euro, pari all’1,7 del PIL: una percentuale notevole. Siccome nella recente manovra abbiamo ridotto il
deficit di 7,5 miliardi e abbiamo appreso di un effetto di riduzione del PIL dello 0,2, quale effetto recessivo potremo avere con una riduzione di spesa come quella annunciata?
        Il fondo rotativo è novità consistente della proposta per l’anno prossimo, ma in questo quadro non rischia di avere un altro effetto di limitazione della crescita? In merito, dovremo varare delle norme, trovare il consenso delle banche, avere risposta da parte degli operatori, quindi ci vorrà del tempo per mettere in moto il meccanismo. Inoltre, il fondo rotativo potrà avere effetti positivi in certe zone del Paese, ma mi chiedo se gli effetti positivi riguarderanno anche le aree sottoutilizzate, dalle quali abbiamo eliminato tutti gli strumenti di intervento. Ripeto la domanda: il fondo rotativo non rischia di avere un effetto depressivo? E, più in generale, non rischiamo di avere effetti depressivi molto consistenti con l’intera manovra, dato che – mi è parso di capire leggendo il DPEF – non abbiamo ancora le risorse da destinare alle misure previste a Lisbona, come ricerca e innovazione tecnologica? Può fornirmi qualche informazione in merito?

        TAROLLI (UDC). Rispetto alle difficoltà evidenti era francamente controproducente fare sfoggio di ottimismo. Quindi, l’operazione verità che chiedevamo da tempo viene da noi registrata in termini positivi. Signor Ministro, richiamando la sua ultima riflessione sottolineo che è necessario sostituire il pessimismo degli italiani verso il futuro. Non si tratta di uno slogan; faccio riferimento agli indicatori che alcuni centri-studio hanno ormai codificato nelle percentuali: il rischio del declino, l’assunzione dell’euro. Lo scopo è di ricreare un clima di fiducia che presuppone un rapporto di dialogo. Lei, signor Ministro, non si è soffermato oggi sull’importanza del dialogo sociale, politico e istituzionale. Vorrei ascoltare la sua opinione su questo aspetto perché il clima di fiducia si crea non con l’euforia ma con i presupposti affinché tra istituzioni, corpi sociali e partiti si arrivi alla condivisione di alcuni problemi.

        Inoltre, al di là del Patto di stabilità, dopo aver esaminato i dati sulla produzione industriale e sulle esportazioni che calano e sulla bassa crescita, il problema fondamentale dell’Italia è come rilanciare il sistema produttivo del Paese. A tale proposito le chiedo di svolgere alcune riflessioni sulla «scossa». Nei giorni scorsi un alto dirigente di una struttura pubblica importante del nostro Paese ha affermato che vi sono 30 miliardi di euro impegnati e non spesi; l’esempio è il Passante di Mestre. Il problema dello snellimento delle procedure e del carico burocratico, che sembrava essere stato affrontato, non produce effetti. Cosa significa che vi è disponibilità di soldi, impegnati e non spesi? Le chiedo su questo di fare un po’ di chiarezza.
        Vorrei poi sapere se è vero che lo Stato, non le Regioni, annovera più di 100 leggi di sostegno al mondo produttivo. Non si pone un problema di concentrazione degli interventi legislativi attraverso l’individuazione di alcuni obiettivi di qualità selettivi? Se lasciamo in vita tutta la congerie esistente, probabilmente non finalizzeremo adeguatamente gli sforzi che vogliamo fare.
        Esprimo infine una perplessità: i conti non tornano in relazione al ragionamento da lei effettuato sulle misure
una tantum, che sono misure ponte.
        La Ragioneria generale dello Stato, nella persona del professor Grilli, due mesi fa in Commissione bilancio ci ha dimostrato come in due anni si sia registrato un aumento delle uscite correnti al netto della spesa per interessi di quasi il 2 per cento e un andamento dei redditi da lavoro dipendente dello Stato di quasi l’8 per cento. Se abbiamo registrato una crescita così esponenziale vuol dire che abbiamo sostenuto la spesa corrente strutturale con entrate straordinarie; allora non sono state misure ponte, ma probabilmente qualcosa di peggio.

        SINISCALCO, ministro dell’economia e delle finanze. Vorrei innanzi tutto rispondere alle questioni poste dal senatore Tarolli su un tema già affrontato dal senatore Angius, cui risponderò in maniera più dettagliata per quanto concerne l’ottimismo. Questa, secondo me, non è un’operazione verità nel senso che prima si dicessero cose false. È semplicemente un’operazione razionalità: abbiamo cioè cercato di rendere trasparente il modo in cui si ragiona al Tesoro su questi temi. Perché partiamo dai dati tendenziali? Chiunque parte dai conti della Ragioneria, che fornisce i dati dell’andamento tendenziale, è una delle sue missioni; poi noi importiamo i dati tendenziali nei nostri conti.

        Avremmo benissimo potuto scontare le misure una tantum del prossimo anno, che non richiedono leggi; quelle che immaginiamo noi non fanno parte della classe condoni ma delle misure amministrative, vendite e così via. Abbiamo invece preferito partire dal tendenziale risultante e comunicare come fare gli aggiustamenti. Personalmente la definisco come un’operazione di razionalità e di trasparenza nella convinzione che, posto che i numeri – ahimè – sono numeri (con ciò non intendo dire che siano immutabili, ma certo sono quello che sono), si deve spiegare come si arriva a determinate decisioni e permettere a chiunque di replicare sui conti che facciamo. È un’operazione quindi di razionalità che ci aiuta a condividere il quadro.
        Per quanto riguarda il dialogo sociale, ognuno ha la sua esperienza, la propria storia e vive sulla base di quella. Ho avuto l’occasione di stare vicino a Governi della Repubblica due volte: nel 1978, quando il professor Reviglio
era Ministro delle finanze ed io avevo solo 23 anni, e nel 1992-1993. Non siamo a quel punto ma sono convinto che un quadro condiviso sia molto più facile da implementare piuttosto che un quadro calato dall’alto. Chiunque di noi può sperimentarlo in casa propria con i figli: se non si danno spiegazioni è difficile comprendere le situazioni. Cosa vuol dire quindi condivisione? Negli anni Ottanta, partendo dall’esperienza Centro-europea, dell’Austria in primis, nasce quella che da noi si chiama concertazione: nel caso nostro significa spiegare bene le cose e provare ad arrivare a un accordo più avanzato possibile di passo in passo. Oggi ci mettiamo d’accordo sulla cornice, domani sulle principali misure.
        La concertazione nasce e vive sulla politica dei redditi. Quindi è un esperimento molto particolare. Questo invece è più sulla politica economica in generale. Arriveremo a condividere tutto? Certo che no. Però, se riusciamo con piccoli passi a operare blocchi di condivisione – non dico di consenso – stabilendo un punto che diventa fermo, possiamo ripartire da quel punto per arrivare ad un altro e almeno di quello non si dovrà più discutere. Non vedo come si possa agire diversamente. Se riuscissimo, come mi auguro, a condividere il quadro macro-economico, l’aggiustamento, il bisogno di rilancio, avremmo già compiuto un grande passo avanti. Nessuno ci dirà più di fare la manovra di 15, di 20 o di 34 miliardi. Se si decide di farla di 24 miliardi di euro, la facciamo. Con il suo rilancio – questa è la logica in cui mi muovo – certamente ritengo si possa fare. Se si parte dall’idea che un’economia non è diretta dall’alto ma è fatta di decisioni autonome dei propri cittadini, solo con una condivisione delle parti si va da qualche parte. Dall’assioma che questi due elementi costituiscono segue la conclusione.
        Certamente si può parlare di scossa. Questo fa la differenza ed è la risposta alla difficoltà di competitività dell’economia italiana, certamente non rispetto a Singapore e alla Cina, ma rispetto a Francia e Germania. Bisogna venirne fuori appunto in maniera condivisa. A tale proposito voglio essere piuttosto netto, scontando il mio passato di professore: badate che i sussidi sono quasi sempre distorsivi. Sfido a tirare fuori dalla storia economica recente sussidi utili. I sussidi sono spesso i risultati di
lobby, spinte e controspinte. Certamente, in via transitoria, possono essere utili, non voglio dire di no; però, quando in un sistema produttivo economico esistono sussidi (non parlo di pensioni ma di sussidi ai produttori) di queste dimensioni, è probabile che stiamo facendo più male che bene. Lo sappiamo dai tempi di Adam Smith. Ogni caso poi ha la sua politica e le sue ragioni dietro di sé. Esiste un bellissimo studio sugli aiuti allo sviluppo nell’Unione europea, da cui emerge che i sussidi possono essere dati in numerosi modi: a fondo perduto, in modo fiscale, come fa l’Irlanda con bonus fiscali, tax expenditures, in modo creditizio, volendo anche in natura. La media europea mette sul fondo perduto il 65 per cento mentre noi siamo intorno al 78 per cento. I Paesi che hanno fatto politiche regionali e industriali migliori non li hanno usati e sono partiti venti anni dopo. Non avevano infatti la legislazione alle spalle. Non sono partiti utilizzando il fondo perduto ma con lo strumento fiscale.
        Chiarito l’obiettivo legittimo di politica economica, ad esempio far crescere un’area sottosviluppata o favorire questo o quest’altro settore, non sono convinto che il sussidio a fondo perduto sia ottimale né dal punto di vista della funzionalità dell’incentivo né da quello dell’impatto finanziario.
        Mi concedo una breve diversione a proposito della domanda sul fondo rotativo. Il fondo rotativo è un credito allo sviluppo e non sostituirà i minori sussidi. Spero che i minori sussidi siano sostituiti da misure di carattere fiscale, che hanno un impatto molto più graduale. In primo luogo, ci si può avvantaggiare di misure fiscali quando si produce, mentre si può usufruire del fondo perduto e fuggire: di qui le grandi revoche. In secondo luogo, il fondo perduto viene pagato per intero subito, mentre la misura fiscale si diluisce negli anni. Fatta salva la politica di aiuti alle aree sottosviluppate del Mezzogiorno o del Centro-Nord – è un tema europeo che non discuto –, non sono convinto che si debbano erogare finanziamenti in questo modo.
        Sono convinto che un sistema di 100 leggi (preciso che in questo numero sono comprese quelle regionali, non sono tutte leggi dello Stato) che aiutano tutto non funziona, anche perché il sussidio è sempre intermediato dalla discrezionalità politica, che genera costi di transazione e di intermediazione. Bisogna cercare di abbandonare questo tipo di credito.

        MORANDO (DS-U). Posso chiedere allora perché avete soppresso i crediti automatici di imposta?
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Le rispondo subito: pur trattandosi di uno strumento saggio, che funzionava, era senza freno. I conti riferiti al 2001 rivelavano un ammanco che era in gran parte dovuto al galoppare di questa voce. Gli strumenti non sono tutti buoni o tutti cattivi: non è che lo strumento fiscale va bene comunque e il sussidio va male comunque. Si trattava di mettere quello che in gergo viene chiamato, infelicemente, un rubinetto. Garantisco che questo andamento era riflesso nei conti in maniera evidente. Lo strumento era magari disegnato in maniera positiva, ma era difficilissimo da controllare in quel momento.

        Il senatore Caddeo ha parlato di scossa; io la chiamo, nella logica della condivisione, una rotta comune: cerchiamo di capire all’interno di quale quadro ci muoviamo e dove andiamo, cerchiamo di disegnare la correzione affinché sia quanto meno possibile dolorosa.
        Sulla CONSIP passerei la parola al sottosegretario Vegas, perché ognuno ha le proprie specializzazioni e non vorrei dire cose inesatte. Sicuramente la politica degli acquisti è molto rilevante.
        Il fondo rotativo è un di più in questo momento; noi pensiamo che realizzi investimenti ma andrà rodato. L’elemento che è emerso nella fase di dialogo sociale è la delicatezza della transizione. Nel passaggio da una fase di sussidio a fondo perduto a una fase di fondo rotativo è proprio nella transizione che si possono nascondere le insidie maggiori. All’interno della cornice, un taglio di identiche dimensioni può avere effetti molto diversi a seconda del modo secondo cui è disegnato; tenendo conto dell’esperienza di tutti, cercheremo di farlo nella maniera migliore. Il rischio di una frenata, come quello della manovra del 2004, è sempre presente ai nostri occhi.
        Le domande del senatore Angius, essendo di carattere più generale, incontrano maggiormente la mia sensibilità, anche perché occuparsi degli aspetti tecnici è anche noioso, le linee generali sono sempre più interessanti. Non credo di aver detto che non aveva senso essere ottimisti, credo di aver detto che non ha senso essere ottimisti, ovviamente in questo ambito. Ho contribuito alla stesura, in chiave tecnica, di almeno sei o sette DPEF. Il Documento di programmazione economico-finanziaria è il cemento dell’ottimismo, non perché la gente sia ottimista ma perché sull’ottimismo delle previsioni si guadagnano margini di manovra, gradi di libertà. Sono convinto che non abbia mai senso essere ottimisti in questo campo perché le previsioni ottimistiche si pagano spesso con aggiustamenti più severi quando la realtà, magari già conosciuta al momento della previsione, si palesa. Credo che in questo tipo di esercizio non dobbiamo essere ottimisti, è anzi meglio rischiare sul lato della prudenza, sarà sempre bello battere il
target. Poiché prevedere il futuro è molto difficile, e non ho pretese di tale sorta, soprattutto in periodi di incertezza, più che effettuare stime prudenti o meno prudenti, ha senso fare affermazioni che chiunque può verificare in base a conti sui quali deve esservi consenso.
        Perché la manovra di 24 miliardi di euro? Ciò si comprende se condividiamo i numeri che – lo ripeto – ho tratto, nella misura più istituzionale possibile, dai conti prodotti dalla Ragioneria dello Stato. Il DPEF ha specificato tutte le assunzioni principali sottostanti, se qualcuno vuole saperne di più, nei nostri uffici siamo disponibilissimi a fornire chiarimenti sui numeri. Abbiamo preso il tendenziale al 4,4 per cento e lo abbiamo portato al 2,7, cioè al numero magico che l’Europa richiede, considerandolo un indice di sicurezza al di sotto del 3 per cento. Per passare dal 4,4 al 2,7 sono necessari 1,7 punti percentuali di PIL; considerato il PIL dell’anno prossimo, 24 miliardi di euro sono la somma necessaria per colmare il divario. Non sono stati scardinati i conti. Il salto dal 2,4 per cento dell’anno scorso al 2,9 di quest’anno e al 4,4 non rappresenta un peggioramento rispetto alle previsioni, bensì il venire meno delle famose
una tantum. Si è fatto ricorso alle una tantum in periodi difficili per non comprimere l’economia; si può poi discutere se è opportuno ricorrere a un certo tipo di misura o ad altre, se sono state troppe o poche, se sono state sostituite troppo presto o troppo tardi. La discussione sull’argomento è aperta, ritengo, però, che da questo elemento e non da una mancata crescita derivi il famoso 4,4 per cento con cui ci troviamo a fare i conti. Si tratta di conti che chiunque avrebbe potuto fare. L’unico grado di libertà possibile da immaginare era l’inserimento di una parte di una tantum di quest’anno nel tendenziale, ma il tendenziale è a legislazione vigente e quell’operazione non avrebbe potuto essere realizzata.
        Quanto alle tasse, il primo quesito posto dal senatore Angius è abbastanza semplice: le citazioni da pagina 35 del documento sulla pressione fiscale si riferiscono a previsioni tendenziali. Trattandosi di andamenti delle tasse senza interventi,
nulla quaestio.
        Sulla seconda parte, cioè la parte prescrittiva, lei ha notato una certa discrepanza tra il Documento e gli
statements che sono stati fatti in una conferenza stampa – anche se non in quella alla quale lei ha fatto riferimento – ; si tratta di quello che intendiamo fare proprio perché in questo tipo di documenti vale la pena mantenere aperti dei gradi di libertà. Quanto più precisamente si scrive sul piano del voler fare, tanto più ci si vincola con la conseguenza che, se non si realizza quanto detto, si cade nell’ambito delle promesse non soddisfatte. C’è una logica differenza tra un documento tecnico, scritto in una sede istituzionale e gli statements politici. Nel documento approvato all’unanimità nel Consiglio dei ministri si parla di una riduzione entro fine legislatura di circa un punto del prodotto interno lordo e anche dell’IRAP, come forse avrete notato, da spalmare nel modo ideale. Già a settembre, come qualcuno ha già detto, ci rivedremo, nel senso che si disporrà di ulteriori dati, vi sarà un’ulteriore analisi e sarà possibile una maggiore comprensione di certe situazioni.
        Ho scritto varie parti di questo documento, anche per l’esperienza precedentemente maturata. Il senatore Morando aveva già posto un accento sul discorso relativo al fatto che le riforme si fanno in base alla riduzione della pressione fiscale. Credo che la pressione fiscale nell’economia italiana debba decrescere perché Paesi con una pressione fiscale così alta raramente crescono. Sarebbe stato il caso di scrivere «aliquota»; infatti, se si guarda a riforme fiscali radicali attuate, ad esempio, negli Stati Uniti – mi riferisco agli atti di Reagan e di Bush
senior – si nota che si è trattato di riforme sulle aliquote, in cui il gettito non è certo decresciuto, non solo perché interveniva la curva di Laffer, che non si è mai capito se funzionasse o no, ma perché sono stati chiusi moltissimi dei cosiddetti «loopholes», relativi cioè alla possibilità di elusioni ed altro. Credo che già una struttura di aliquote così alta sia da un lato un incentivo all’evasione, dall’altro un parziale disincentivo a crescere, produrre e lavorare. Credo anche che da una migliore struttura delle imposte possa derivare un miglioramento e sarei ben lieto se si riuscisse, contestualmente ad una migliore struttura delle imposte, a ridurre anche il carico fiscale complessivo. Pertanto, accetto l’invito ad una migliore precisione di scrittura di quel passaggio al quale si faceva riferimento.

        VEGAS, sottosegretario di Stato per l’economia e le finanze. Un breve chiarimento sulla CONSIP. La questione sta procedendo con approssimazioni successive e, quindi, non deve stupire il fatto che diventa una componente fondamentale della manovra e che vede rafforzato il suo apporto positivo alla manovra. Abbiamo visto che un certo livello di competizione tra realtà nazionale e locale e la possibilità di determinare scelte autonome sugli acquisti, a parità o a prezzi inferiori, insieme ad un meccanismo di sanzioni credibile nei confronti degli amministratori, alla fine, a seguito di sperimentazioni, è il meccanismo migliore. Sotto questo profilo non vi sono difficoltà a vedere in progress un lavoro che gradualmente porta a risultati positivi.
        MORANDO
(DS-U). Il vero problema è sapere quando la normativa CONSIP sarà a regime in maniera tale che sia possibile incorporare i risparmi attesi nella legislazione vigente. Attualmente si dà luogo a una fisarmonica che ogni anno viene utilizzata per dire e disdire in modo che risulta sostanzialmente incontrollabile nei suoi presupposti contabili.
        VEGAS,
sottosegretario di Stato per l’economia e le finanze. C’è stata una certa sperimentalità nel tempo che dovrebbe ormai essersi assestata.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Credo che in qualsiasi organizzazione, anche più piccola della nostra –faccio riferimento soprattutto alle grandi aziende – la politica degli acquisti venga continuamente rivista. La politica degli acquisti non rimane ferma.
        MORANDO
(DS-U). Bisogna capire se le norme in base alle quali si fa politica sono fissate una volta per tutte oppure no. È vero che è stato il centro-sinistra a cominciare a fissarle, ma è anche vero che di anno in anno si continua sistematicamente a modificarle. Talvolta, rendendole rigide, associamo un risparmio aggiuntivo, poi durante l’anno, rendendole meno rigide, non si riesce a garantire una copertura della relativa norma. Così non si può andare avanti, a mio avviso.
        PIZZINATO
(DS-U). Il Ministro ha sottolineato come l’elemento decisivo nella realizzazione degli obiettivi sia il consenso e l’atteggiamento dei cittadini nei loro diversi ruoli. Intendo porre domande molto brevi ma correlate a questo dato. Una delle ipotesi contenute nel DPEF è un tasso dell’inflazione programmata, pari all’1,6 per cento nel 2005, all’1,5 per cento nel 2006 e all’1,4 per cento negli anni successivi. Si tratta di un tasso di inflazione inferiore alla realtà, alla inflazione attesa ma che è particolarmente inferiore per gli strati della società che hanno un certo tipo di consumi e che, quindi, pesa enormemente. Lei, signor Ministro, ha sottolineato l’esigenza e l’importanza che ha il dialogo sociale; sulla base dei dialoghi sociali richiamati – in particolare quelli del 1992-1993 – si è stabilito che le dinamiche retributive e delle pensioni hanno un riferimento al tasso di inflazione programmata.

        Ora, è evidente che ipotizzando questo tasso di inflazione sarà estremamente difficile rinnovare il contratto dei pubblici dipendenti: se in finanziaria si prevede uno stanziamento con questo riferimento ci si attesta a un livello inferiore a quello che costituisce la condizione per rinnovare i contratti del pubblico impiego. Tra l’altro, sia per i dipendenti pubblici che per i privati ci sono riflessi sull’adeguamento delle retribuzioni. Risultano 3 milioni di pubblici dipendenti, 8 milioni di lavoratori dipendenti privati che devono rinnovare i contratti. Una delle cause che ha bloccato il dialogo della Confederazione generale italiana del lavoro con la Confindustria è il fatto che si chiede di completare il rinnovo dei contratti prima di procedere ad un ripensamento delle politiche contrattuali e alla ristrutturazione dei contratti medesimi. Come pensa il Governo di realizzare un dialogo sociale positivo sulla base di questo tasso di inflazione, che non consente neanche un adeguamento delle retribuzioni agli effetti negativi determinati dall’inflazione?
        Sottolineo alcuni fatti. La questione contrattuale relativa ai tranvieri ha scosso tutti alla fine dello scorso anno, ma si trattava di un contratto già scaduto e già rimesso in discussione perché non si è in condizione di rinnovare quello nuovo, le cui trattative dovevano già essere avviate. La suddetta questione e quella della FIAT di Melfi dimostrano che non vi è più disponibilità da parte del mondo del lavoro a sottostare ad una decurtazione del valore reale delle retribuzioni. Strettamente collegata a ciò vi è l’incentivo ai consumi. L’adeguamento delle pensioni dal primo gennaio è stabilito sulla base dell’inflazione programmata e questo strato sociale – parliamo in ogni caso di 18 milioni di persone – che sente maggiormente l’andamento della dinamica inflazionistica, poiché i loro consumi sono fondamentalmente alimentari, si determina una riduzione e non un aumento. Questo è un primo aspetto che considero importante e per questo non condivido l’ipotesi dell’1,6 per cento.
        C’è poi un secondo aspetto. Si prevede un aumento dell’occupazione dell’1 per cento e a pagina 35 del DPEF si dice che sarà trainata dai servizi privati e dalle costruzioni. Ma il decreto approvato due giorni fa, che aumenta la tassazione dei prestiti sulla seconda casa, non è una mazzata in questa direzione? Infatti, uno dei campi in cui si registrano maggiori investimenti, a fronte dei casi Parmalat, Cirio, eccetera, è proprio quello; ma, se si aumenta la tassazione, non si va a colpire uno degli elementi che il DPEF considera importante per questa dinamica?
        Terzo aspetto. Si parla di fondo di rotazione, ma il maggior sviluppo, dal punto di vista dell’efficienza e dell’aggregazione, anche di aziende nel Mezzogiorno, è stato quello determinato dai distretti; con il decreto approvato questa settimana, però, si va a colpire proprio quel che vi è stato di positivo, da questo punto di vista, oltre che i crediti di imposta. Non è che con il fondo di rotazione si segue un’ipotesi che è contraddetta dalle misure di carattere finanziario che si adottano?
        Si dice poi che non si colpirà la sanità: ma il decreto in materia di assistenza farmaceutica che è stato approvato già la colpisce, poiché scarica sugli utenti, in particolare sui malati cronici, il 20 per cento dell’incremento dei costi farmaceutici e quel decreto contiene automaticamente un taglio, se vi è uno sfondamento, una riduzione dei livelli essenziali di assistenza. Si pensa di modificare il contenuto del decreto approvato? Lo domando perché, se lo si mantiene, non c’è bisogno di altre misure, perché è già previsto un taglio automatico nei prossimi anni.
        Ancora, si dice che si provvederà agli ammortizzatori sociali, ma faccio riferimento all’indennità di disoccupazione che doveva entrare in vigore al 60 per cento dal 2002: siamo al 2004 e i finanziamenti sono stati tagliati. Allora, poiché non vi è nessun accenno, le chiedo, signor Ministro: come pensa il Governo di finanziarli?
        Mi rendo conto che le mie domande riguardano settori e strati sociali di una parte della società, ma sono decisivi; senza il consenso e la collaborazione dei lavoratori, tanto più di fronte all’innovazione, quell’elemento che si ritiene decisivo ai fini della scossa non ci sarà.
        Infine una domanda tecnica. È possibile, signor Ministro, conoscere quali sono le entrate delle autotassazioni, poiché sono state concluse lo scorso 20 luglio?
        La ringrazio anticipatamente per le risposte che vorrà fornirmi.

        MARINI (Misto-SDI). Signor Ministro, io l’ascolto sempre con piacere, perché lei dà alle sue relazioni una dignità culturale molto apprezzabile: anche questa volta non mi ha deluso e io sono contento di essere rientrato precipitosamente dalla Calabria per ascoltarla questa mattina.

        Mi chiedo però una cosa e la chiedo a lei: che attendibilità hanno le previsioni contenute in questo documento, che si presenta bene per la verità? Dico ciò perché noto alcune contraddizioni tra le previsioni del documento e la politica economica attuale, quella che si pratica in concreto. È chiaro che la politica economica e, quindi, le iniziative concrete discendono dalla situazione di emergenza grave, dunque mi rendo conto che devono correre dietro ai problemi che quotidianamente si pongono; però vi sono alcune questioni che balzano agli occhi con una certa rilevanza. Ne cito solo tre.
        La prima è l’idea della riduzione fiscale: come si concilia con una costante degli ultimi anni quale la riduzione dei trasferimenti agli enti locali? Tale riduzione è così rilevante e il Governo ne ha piena consapevolezza al punto che, a maggio, è stato approvato un provvedimento che, esaminata la politica di bilancio degli enti locali, stabilisce una nuova scadenza per il bilancio di previsione e, addirittura, autorizza gli enti locali a far fronte al pareggio di bilancio con i residui attivi, che per legge, invece, dovevano essere destinati solo alle spese per investimento; viene creata per la prima volta l’eccezione di un utilizzo dei residui per la spesa corrente, per poter pareggiare il bilancio. Ma, cosa più incredibile, nello stesso provvedimento è consentito, per permettere il pareggio di bilancio, di utilizzare l’avanzo di amministrazione che dovesse emergere alla fine del 2004; nientedimeno, si dice agli amministratori locali che possono prevedere anche una somma a caso per pareggiare il bilancio. Questo significherà che probabilmente (mi auguro che questa mia sia una previsione del tutto inesatta) noi a consuntivo nel 2005 prenderemo atto di una voragine nei conti pubblici degli enti territoriali.
        Allora, come si concilia una politica che vuole lo sviluppo e, quindi, che possa consentire la riduzione fiscale con un indebitamento che cresce e cresce secondo un disegno chiaro e preciso?
        Allo stesso modo, lei, signor Ministro, giustamente faceva riferimento all’emersione del sommerso, ma intanto abbiamo approvato il provvedimento taglia-spese, il quale riduce i fondi del credito d’imposta per i nuovi assunti, che era stato uno degli strumenti che avevano consentito l’emergere (anche se in misura non del tutto trascurabile) del sommerso. Vedo troppe contraddizioni, signor Ministro, per essere sincero.
        Voglio passare brevemente alla questione del Mezzogiorno. È un capitolo corposo, in questo DPEF, si innova rispetto al passato, però si ha l’impressione che venga soprattutto enfatizzato perché vi era una richiesta precisa degli imprenditori, espressa dal presidente della Confindustria, che chiaramente ha sottolineato le questioni IRAP e Mezzogiorno. In realtà, al di là di un impegno futuro, il modo con cui viene calcolata l’IRAP è iniquo e quindi le imprese ne soffrono: è pesante, incide enormemente sui conti aziendali. Mi pare dunque che non vi sia una risposta a questa richiesta avanzata dagli industriali.
        Circa il Mezzogiorno, lei, signor Ministro, ha detto poi che la logica della politica meridionalistica di questo Documento di programmazione economico-finanziaria è quella dell’attrazione degli investimenti e poi giustamente ha parlato di infrastrutture, capitale umano, ordine, legalità, ambiente; tutte cose giustissime, per carità, anzi, che io ripeto da molto tempo perché, vivendo nel Mezzogiorno, me ne occupo direttamente. Intanto, però, anche questo contraddice ciò che ha detto il ministro Lunardi, il quale, per finanziare le infrastrutture stradali, parla di pedaggio sulle strade statali.

        GRILLOTTI (AN). Si è sbagliato: il nuovo codice prevede che le strade statali siano solo le autostrade, le altre sono strade regionali.
        MARINI
(Misto-SDI). Il fatto che si sia sbagliato è ancora più grave, perché io voglio immaginare che un Ministro di questo Governo e della Repubblica prima di parlare pensi e che non si possa sbagliare. Il fatto che lei, senatore Grillotti, rappresentante della stessa maggioranza, affermi che si è sbagliato è una cosa grave, consentitemi di dirlo. Io ho una visione sacrale delle istituzioni e credo che un Ministro rifletta prima di esternare.
        IZZO
(FI). È sbagliata l’interpretazione, non quello che ha detto.
        MARINI
(Misto-SDI). È sempre sbagliata l’interpretazione, secondo voi, anche perché la scuola dalla quale provenite vi dice che c’è sempre un fraintendimento o del giornalista o di chi ascolta. In realtà io ho l’impressione che vi sia una debolezza culturale e di senso dello Stato in chi ci amministra. Ma questo non c’entra con ciò che debbo dire in questa sede, quindi sorvolo poiché non voglio turbare il clima di confronto, anche civile, che il Ministro ha instaurato con noi.

        Stavo dicendo che intanto l’ultima relazione SVIMEZ ci dice quello che ha affermato lei, signor Ministro: il Mezzogiorno registrava una crescita del PIL superiore al resto del Paese, ma nel 2003 si è ridotto enormemente il trend di crescita. In questo quadro, si prospettano all’orizzonte alcuni problemi. Infatti, signor Ministro, senz’altro il sistema delle pensioni andava corretto; però, all’orizzonte c’è il nuovo sistema del calcolo pensionistico su base contributiva. Questo calcolo aveva bisogno di alcuni correttivi, poiché esso potrebbe determinare, senza modifiche, un’iniquità nell’erogazione della pensione tra chi ha una contribuzione alta perché è entrato nel processo produttivo da giovane e chi ha una contribuzione bassa perché vi è entrato tardi. Quindi, tutta l’area del Mezzogiorno verrebbe colpita e, dunque, credo fosse necessario quantomeno prevedere un sistema di riequilibrio.
        Inoltre all’orizzonte c’è uno spettro. Il Ministro suo predecessore e il Presidente del Consiglio più volte sono tornati sul tema di una correzione degli incentivi, che dovrebbe poi concretizzarsi nell’eliminazione dei contributi in conto capitale e nell’introduzione dei mutui a tasso zero o quasi zero. Questo sistema non risolve la grande questione riguardante il Mezzogiorno, che è quella delle diseconomie esterne; infatti, il
deficit infrastrutturale, la debolezza del capitale umano, la mancanza di formazione, di professionalità, a cui si aggiungono le questioni della sicurezza, dell’ordine, della legalità, creano forti diseconomie. Come si superano per un’impresa del Mezzogiorno queste diseconomie, rispetto alla situazione del mercato nazionale e internazionale, nel momento in cui si elimina anche quello che era l’unico elemento per superarle, rappresentato dal contributo in conto capitale e, quindi, da un intervento statale che faceva sì che la spesa iniziale di investimento si riducesse?
        Ho l’impressione che al riguardo si sia verificato un altro fenomeno che non ci deve sfuggire. Una parte degli incentivi previsti per il sistema industriale del Mezzogiorno, come ad esempio quelli di cui alla legge n. 488, vengono usati in parte anche in altre parti del territorio, diverse da quelle del Sud. Tali incentivi, trasformati in mutui a tasso agevolato, se impiegati per migliorare le strutture e sviluppare il proprio posizionamento sul mercato, sicuramente potranno essere efficaci. Ma se nel Mezzogiorno vengono assegnati ad imprese sotto forma di mutui a tasso zero o altre non aiuteranno le imprese meridionali a entrare nel mercato. Vi sono diseconomie che comportano un aumento enorme del costo di produzione nel Mezzogiorno. Ecco perché mi sembra che il tentativo di porre al centro della politica l’obiettivo dello sviluppo non avrà esiti positivi.

        GRILLOTTI (AN). Il dibattito è stato ovviamente interessantissimo, ma cominciavano ad affiorare molte anticipazioni sulla legge finanziaria. Io invece volevo rimanere al DPEF e dire che posso esprimere soddisfazione per il fatto, che ritengo importantissimo, come il Ministro ha spiegato, che il Documento sia stato basato non su un’eccessiva prudenza, ma sull’intento di evitare eccessivi ottimismi, il che fa ritenere che, se per caso durante l’anno dovesse servire una manovra di un certo tipo, sarebbe probabilmente possibile usare eventuali risorse disponibili. Questo, nel fare politica, mi sembra il metodo migliore, per evitare di doversi presentare all’opinione pubblica con dei ripensamenti in negativo, ma anzi eventualmente presentandosi con delle proposte in positivo.

        Per quanto riguarda le cifre, concordo con il Ministro nel dire che, se si accerta che il quadro programmatico e gli indicatori siano quelli indicati, il DPEF è sufficientemente flessibile perché poi la politica intervenga per tentare di conseguire un determinato quadro economico e macroeconomico. Quello però che più mi è piaciuto, e che mi sembra di aver capito, è che il Ministro ha detto di avere l’intenzione di presentare un quadro con più soluzioni possibili per conseguire determinati risultati, affidando poi al Parlamento e alla politica il compito di svolgere il suo mestiere. Ho sentito dire che il DPEF, essendo flessibile e generico, non entrando nei dettagli, rappresenterebbe un limite; a me sembra invece che questo costituisca un pregio. Infatti, il Parlamento si è sempre lamentato di trovarsi di fronte a provvedimenti a scatola chiusa, mentre è questa la prima volta che sento dire che rimarrà aperta la possibilità di scegliere la soluzione per conseguire i risultati, il che significa che il Parlamento avrà sufficiente spazio di decisione. Sono dell’idea che questa sia una delle impostazioni sicuramente migliori, perché dà a tutti la facoltà di dire la propria. Quello che voglio aggiungere, però, è che noi parliamo e discutiamo, ci confrontiamo con tutti, ma qualcuno dovrà poi decidere, per cui occorre sicuramente che la politica abbia ben chiari i provvedimenti da porre in essere.
        Per quanto concerne la parte degli investimenti e le cifre che sono state indicate, anche in merito ai finanziamenti e stanziamenti per il Mezzogiorno, che sembrano ormai un discorso di lana caprina, condivido piuttosto la scelta secondo la quale i finanziamenti a fondo perduto nella società imprenditoriale non rappresentino più una soluzione cui fare riferimento: sono soltanto un prolungamento dell’agonia, in attesa che l’economia collassi e muoia. Infatti, il giorno in cui finiranno tali strumenti, i finanziamenti a costo zero e così via, le imprese saranno costrette a venir fuori oppure tutto il sistema che si regge su questi meccanismi è destinato a crollare. Credo sia questa la strada da perseguire. Piuttosto che sostenere tutte le scelte di quel tipo e poi rischiare di passare bruscamente da una situazione preesistente ad un futuro completamente diverso, sarebbe stato forse meglio individuare un periodo di transizione meno indolore. Chiedo allora se sia recuperabile questo tipo di impostazione, senza traumatizzare nessuno. Condivido comunque il metodo preannunciato, perché – ripeto – sono convinto che un’economia con finanziamenti a fondo perduto rappresenti per tutte le società nate con quel tipo di mentalità una strada che non porta da nessuna parte. In sostanza, credo sia meglio creare meno con profitto piuttosto che creare tanto senza sapere quanto possa durare.

        SINISCALCO, ministro dell’economia e delle finanze. Le domande che sono state ora rivolte sono caratterizzate da un tratto unico che le accomuna in misura maggiore rispetto a quelle precedenti. Mi riferisco alle apparenti o effettive contraddizioni all’interno della politica economica, magari addirittura all’interno del Documento, del recente decreto-legge che è stato convertito o nell’ambito di altre indicazioni.

        È ovvio che un conto è essere razionali, un altro conto essere illuministi. Non tutto può quadrare perfettamente all’interno di una politica economica, come nel caso del decreto-legge che è stato convertito in corso d’anno, e probabilmente troppo tardi – come ha ricordato il senatore Morando –, tanto da avere un impatto di un certo tipo su base annuale, ma doppio in base semestrale. Ciò anche perché la finanziaria dello scorso anno, probabilmente, non era stata sufficientemente incisiva per una serie di motivi.
        Quindi, ritengo che la politica economica non possa che consistere in una serie di miglioramenti a margine della situazione attuale, ma non credo che si possa pretendere di risolvere tutti problemi. Questa è ovviamente una scusa iniziale che vale per adesso e per qualunque finanziaria di qualsiasi Governo e di qualsiasi momento. Non si possono però nemmeno passare allo
screening tutte le questioni.
        Ringrazio il senatore Grillotti per le parole gentili che mi ha rivolto. Il Documento è «aperto» proprio perché, quando dal macro si passa al microintervento, soltanto chi lavora in quel campo è in grado di spiegare come operare. Sono personalmente convinto, anche con riferimento alla domanda precedente del senatore Marini, che sia difficile considerare il sistema attuale di sussidio a fondo perduto e non di aiuti allo sviluppo come sistema ottimale. Si afferma che, se andiamo a toccare, per motivi di cassa o finanziari, una situazione anche ottimale e funzionante andiamo a fare danni. Personalmente ritengo che questo sistema non funzioni; non lo ritengo soltanto io – questo sarebbe ben poco importante – ma anche tutti i miei colleghi economisti che se ne occupano di mestiere come il professor Trigilia. È un sistema di sviluppo senza autonomia, un sistema in parte di mera devoluzione di somme. Credo che ci sia moltissimo da innovare in questo campo; ogni persona di buona volontà valuta il sistema degli incentivi e di sostegno allo sviluppo. Non si può, dai tempi di Giovanni Giolitti, continuare ad affrontare sempre la stessa questione.

        MARINI (MISTO-SDI). Allora c’era una legge speciale.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. È evidente che abbiamo di fronte un sistema che assorbe ingenti risorse e che genera altrettante distorsioni. Basti guardare il numero di revoche senza successo, quelle non andate a buon fine.

        Tutti noi abbiamo sotto gli occhi un quadro che onestamente è fatto più di ombre che di luci. Non voglio dire – nessuno lo dice – che la soluzione a questo sia una riduzione degli aiuti. Ritengo però che ci sia moltissimo da fare per migliorare il disegno dei meccanismi – al riguardo sono d’accordo con tutti, con la Confindustria e gli artigiani – stando attenti alla transizione. È come prendere una persona che ha un certo regime di vita e farglielo cambiare di colpo; ciò probabilmente genera più danni di quelli che si intendono curare. Quindi, nella transizione sta l’arte di questi fatti. Ritengo sicuramente necessaria una transizione verso un sistema diverso. C’è una certa condivisione su questo punto tra chi se ne occupa in maniera più seria e professionale di quanto abbia potuto fare io fino ad oggi.
        Senatore Marini, è molto interessante il rapporto che ha evidenziato alla nostra attenzione tra manovra di aggiustamento ed equilibrio non solo finanziario ma anche di servizi reali delle Regioni e degli enti locali. È stato effettivamente questo il tema di due incontri con le Regioni e con gli enti territoriali. A mio parere, è uno dei temi a cui al Ministero cercheremo di dedicare maggiore attenzione nel mese di agosto.
        Abbiamo di fronte un’antinomia piuttosto forte. Viviamo in un assetto ancora largamente di finanza derivata, nel senso che il Tesoro raccoglie le imposte, trasferisce fondi e gli enti locali producono servizi. Si tratta di ragionare insieme alle Regioni e agli enti locali a tal riguardo. Sicuramente la parte della finanziaria che impatterà – perché di finanziaria stiamo parlando – su Regioni, enti territoriali e locali non sarà calata dall’alto, proprio perché bisogna capire le loro esigenze. Ciò non vuol dire necessariamente spendere di più, ma concordare con quegli enti alcuni meccanismi chiave che, gestiti in una maniera o nell’altra, a parità di fondi, possono generare esiti molto diversi.
        Grazie al mio lavoro ero abbastanza a conoscenza dei problemi di finanziamento, di cui abbiamo già parlato in questa Commissione per ben due volte. Ci occuperemo dei problemi degli investimenti e dei problemi di sanità. Secondo i nostri conti, pur se fatti frettolosamente, la spesa di tutti questi enti è del 14 per cento circa del prodotto interno lordo. È ovvio che non si può avere un atteggiamento di finanza reale con una simile percentuale e quindi bisogna interagire in misura maggiore. Aspettiamo che quegli enti ci dicano quali sono i problemi, le loro esigenze e le soluzioni.
        Non ritengo che questo debba essere un programma supportato dal consenso generale. Il consenso generale su un fatto del genere vuol dire che alla fine non si fa più nulla. Ma il punto di fondo è la condivisione; bisogna capire quali sono i problemi ed in quale modo affrontarli.
        Ho detto loro che la condivisione deve essere sul programma di sviluppo e su quello di rientro. Nessuno tocca la sanità, la teniamo fuori, ma ci dovete dire come ragionereste voi se foste nei miei panni su entrambi i fronti.

        MARINI (MISTO-SDI). Bisogna evitare che ad una riduzione dell’imposizione fiscale si contrapponga un aumento dell’imposizione locale.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Si tratta di uno dei tanti temi su cui abbiamo discusso. Devo dire che Regioni, gli enti locali e i Comuni ci hanno detto di fare quel che vogliamo, ma dobbiamo lasciarli muovere nell’ambito delle imposte. È un problema di autonomia.
        GRILLOTTI
(AN). È dal 1979 che su tutti i provvedimenti si precisa che si agisce in un certo modo in attesa di una rideterminazione delle modalità di trasferimento agli enti locali. Dal 1979 al 2004 sono passati molti anni; pertanto si cambia la modalità di trasferimento agli enti locali o il problema degli enti locali non si risolve. Si fanno i trasferimenti sulla spesa storica del 1979, sulla media triennale 1976-1979. Chi era pieno di debiti non sa come utilizzare i soldi, chi operava bene non ne ha più. Bisogna ricominciare dall’inizio.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Ovviamente c’è il discorso dell’IRAP nel Mezzogiorno, dell’impatto di un’eventuale riduzione dell’IRAP sugli enti locali. Si tratta di dettagli fondamentali della legge finanziaria, su cui però onestamente non sono in grado intellettualmente di rispondere in una fase come quella attuale.

        Il ministro Lunardi ha posto l’attenzione su un tema che considero fondamentale, che distingue i Paesi – forse è il criterio che distingue maggiormente le finanze pubbliche dei Paesi europei – dal modo con cui si pagano le opere pubbliche. In alcuni Paesi come la Germania le opere pubbliche si pagano interamente con la fiscalità generale. Le persone pagano le tasse e le autostrade sono gratuite (questo semplificando); ciò ha un senso perché le autostrade rappresentano un’esternalità, servono a far girare il traffico. La stessa situazione si rileva in Inghilterra, dove però le autostrade vengono finanziate con quelli che si chiamano pedaggi ombra. Il cittadino non paga, il rischio di impresa si riversa sul gestore dell’autostrada e lo Stato paga il pedaggio ombra sulla base del traffico. Nel caso tedesco è il contribuente che paga se si costruisce un’autostrada inutile o poco frequentata; nel caso inglese il contribuente non paga direttamente perché se l’autostrada è poco frequentata è colpa della società che ha sbagliato perché l’ha costruita troppo grande o in un luogo dove non era necessaria e pertanto riceve meno sussidi dallo Stato rischiando in proprio. Immagino che il ministro Lunardi immaginasse qualcosa di simile, ma non ne sono sicuro, perché non abbiamo parlato di questo tema. C’è poi l’ipotesi un po’ più da paese del Sud, da Paese del Mediterraneo come il nostro: per l’autostrada paga l’utente. Tra l’altro, nel gergo della scienza delle finanze queste si chiamano tasse, perché sono prestazioni imposte a fronte di un beneficio o di un corrispettivo diretto; le altre si chiamano imposte. È di nuovo un problema distributivo. È giusto che il treno lo paghi interamente il pendolare che fa Torino-Milano tutti i giorni o che una parte sia posta a carico della fiscalità generale o altro ancora? Sono grandi scelte distributive, non politiche, perché vuol dire scegliere chi paga per cosa.
         Lo stesso vale per la sanità, che è incomprimibile per definizione, perché la gente si cura ed è ovvio che lo faccia. Il problema è: paga il malato per intero, a seconda delle fasce di reddito (modello americano), paga completamente la fiscalità generale (modello italiano), oppure la fiscalità generale a meno di un
ticket? Sono le grandi scelte distributive. Questi sono i temi di fondo su cui confrontarsi, anche politicamente.
        Sul problema dei prestiti o delle risorse a fondo perduto ho già risposto. La proposta sarà imperfetta ma, per come lo vediamo noi, è molto imperfetto il sistema attuale. Mi scuso se su alcuni punti sono stato troppo rapido, ma non mancherà occasione di riparlarne.
        Vengo ora alle domande del senatore Pizzinato. Non sono un esperto di inflazione programmata, tema che è stato introdotto nei famosi accordi del 1993. In quegli accordi e in tutta la legislazione che ne segue tale inflazione rappresenta la guida della concertazione, il tema pilota cui segue la contrattazione, in materia di politica dei redditi. Secondo me, essa perde di significato nel momento in cui entriamo nell’Unione Europea, perché l’inflazione non è più un problema. Nel 1993 c’era l’evidente esigenza di ridurla mentre oggi c’è il problema di controllarla.

        PIZZINATO (DS-U). Infatti è stata allora eliminata la scala mobile.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. In più, non la controlliamo noi, ma la Banca centrale europea. Non c’è una politica dei redditi concertata di quel tipo. Ricordo perfettamente che ci si sedeva attorno al tavolo – Ciampi era il presidente – e si stabiliva di procedere in un certo modo; si fissava consensualmente l’inflazione programmata, i salari e le pensioni avrebbero seguito, in caso di eccesso dell’inflazione reale vi sarebbe stato un recupero. Questo meccanismo non c’è più, tant’è che di fronte alle parti sociali in questi giorni, importantissimi sindacalisti, forse in modo provocatorio, ci hanno detto di inserire quello che vogliamo, che non sono interessati in quanto i salari sono determinati dal mercato. Naturalmente, come lei ci ha ricordato, senatore Pizzinato, ce n’è una parte ancora ancora legata ad un meccanismo di adeguamento automatico.

        Sono convinto, intanto, che in un regime di politica economica in cui l’inflazione non è un problema, l’inflazione programmata è un residuo di quel tipo di accordi, che comunque può sempre venire utile. Poi, se ricordo bene, per quegli accordi, l’inflazione programmata è depurata dell’impatto dei prezzi all’import, cioè delle ragioni di scambio. Nel caso specifico del DPEF 2005-2008, di cui discutiamo, l’inflazione all’1,6 per cento è il frutto dell’inflazione tendenziale al 2 per cento, meno lo 0,3 per cento per l’impatto sui prezzi dei prodotti petroliferi (sapete che i prezzi petroliferi sono alle stelle, sebbene mitigati dall’effetto euro, che però è fermo in questo momento), meno lo 0,1 per cento, che attribuiamo alla capacità del Governo di fare una politica delle tariffe e dei prezzi amministrati. Questa intercapedine tra l’inflazione effettiva e quella programmata è uguale a quella registrata in tutti i periodi in cui il prezzo del greggio è stato alto. Quindi è un conto quasi meccanico: 2 per cento meno 0,3 di effetto ragione di scambio, meno 0,1 come effetto tariffe e prezzi, uguale 1,6, che non credo sia una cosa tragica. Infatti, dai contatti avuti, magari brevi e superficiali, per il DPEF, ferma restando la fisiologica dialettica tra le parti (ci mancherebbe che tutti applaudissero), non ho visto un enorme problema su questo 1,6, che è un target europeo, un numero sorprendente. Peraltro tutti si aspettavano di meno, ossia 1,5. Abbiamo messo 1,6 perché ci arrivavamo con quella facile operazione.

        PIZZINATO (DS-U). Non mi sembra che Pezzotta la pensi così.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Ma è ovvio. Se fossi nei panni di Pezzotta neanche io sarei contento di questo numero, perché è un numero che guida la contrattazione. Se però guardiamo le discrepanze e verifichiamo come sono andate le retribuzioni di fatto ed i contratti rispetto all’inflazione programmata, notiamo che tutto il meccanismo è un po’ spuntato. Non stiamo facendo la politica dei redditi del 1993. I meccanismi sono diversi e se non ci fosse tutta la legislazione e se dipendesse da me io questo numero neanche lo scriverei, perché non serve. C’è tutta la parte pensioni, invece, su cui è ovvio l’importanza dell’inflazione programmata, quindi mi astengo da ulteriori indicazioni.

        Sono state poi evidenziate una serie di contraddizioni tra il DPEF e il decreto-legge appena convertito. Alcune mi sembrano facilmente controvertibili, su altre devo darvi pienamente ragione. Vorrei, intanto, far riferimento alla questione delle costruzioni. Aver aumentato la tassa sui mutui delle seconde case non credo possa deprimere il mercato. Tra l’altro, e faccio ammenda, il DPEF è stato scritto in pochi giorni e non è un paper scientifico redatto nell’arco di tre anni: pertanto quando scriviamo «costruzioni» intendiamo lavori in generale, cioè costruzioni, infrastrutture, opere pubbliche. Nel mercato immobiliare i prezzi, rispetto al trend storico, sono molto alti e, attraverso le vendite di immobili già effettuate e questa misura, si calmiererà la situazione, il che non è un male. Se avessimo adottato la misura opposta e avessimo regalato mutui per l’acquisto della casa, vi sarebbe stato probabilmente un ulteriore aumento dei prezzi. Questo è un tema sul quale ritengo si possa concordare.
        Vengo ora al fondo di rotazione per i distretti. In questo Paese i distretti sono importanti, proprio perché non ci sono le grandi imprese. Bisognerà vederne l’impatto, nonché verificare la transizione degli attuali strumenti. Non credo che i distretti di successo, anche del Mezzogiorno, vivano di sussidi, però sono apertissimo a discuterne. Il punto dei trasferimenti alle imprese è quello su cui dovremo ragionare di più, insieme. E’ stato fatto notare che, in caso di sfondamento, colpiremo la sanità. Appunto, in caso di sfondamento. Non dobbiamo dire che la sanità sia libera qualsiasi cosa succeda, anzi dobbiamo dire che la vogliamo fermamente controllare.

        PIZZINATO (DS-U). Formigoni sta già pensando di ottenere correzioni, almeno così si è impegnato in Consiglio regionale.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Ma correggere rispetto ad una dinamica eccessiva. Non penso che la sanità ...
        PIZZINATO
(DS-U). Intende correggere il decreto.
        SINISCALCO,
ministro dell’economia e delle finanze. Mi scusi, non avevo capito. Ognuno ha il suo gergo, speravo volesse correggere la spesa. Mi sono illuso.

        Molto onestamente non so rispondere sugli ammortizzatori. Non conosco i dati sulle entrate e sull’autotassazione ma li ho ricevuti ieri sera e mi dicono che sono perfettamente in linea con le previsioni, tanto che effettivamente il fabbisogno è migliore delle previsioni. Quindi, abbiamo un motivo di conforto. Questa è una piccola notizia, tanto non è sul fabbisogno mensile che vive l’uomo: però è un fatto importante perché non sconta misure una tantum, non sconta niente di strano. L’anno scorso, invece proprio nel mese di luglio, vi era stata l’entrata derivante da una cartolarizzazione di crediti previdenziali.

        IZZO (FI). Ringrazio il Ministro per quanto ci ha detto perché si riesce a capire molto di più di quanto risulta dal testo scritto. D’altronde, è in sintonia con quanto già avvenuto finora con i documenti di programmazione economico-finanziaria e le varie leggi finanziarie. Premesso questo ringraziamento, devo anche osservare che molte delle mie preoccupazioni e domande sono già state sviscerate dagli interventi precedenti e dalle precise e puntuali risposte del Ministro.

        Parto dalla considerazione che il Documento di programmazione economico-finanziaria è in effetti una cornice di un quadro che bisogna ancora dipingere e che sono stati delineati i tratti generalizzati, ma molto si dovrà ancora realizzare attraverso le consultazioni; anche questo è un dato di cui credo soprattutto le opposizioni debbano tenere conto. Sottolineo anche la precisazione del Ministro per cui che nella prossima legge finanziaria certamente non dovremo farci trascinare via dalle avventure intellettuali. Quindi, non ci prefiguriamo una finanziaria di sacrifici ma di sviluppo. Premesso tutto questo, vorrei però far osservare al Governo che, considerando aperto il Documento di programmazione economico-finanziaria, dovremo insistere nel sostenere lo sviluppo, specialmente delle aree sottoutilizzate e del Mezzogiorno, con una dotazione infrastrutturale di beni materiali ed immateriali. Bene si è fatto quindi a chiarire anche l’intervista o la cattiva interpretazione della dichiarazione del ministro Lunardi. Poco fa il ministro Siniscalco ci ha spiegato le varie teorie della dotazione infrastrutturale e il ritorno per l’impegno economico prodotto. È chiaro che si deve andare in quella direzione ma giammai si può immaginare di porre una tariffa, un ticket sulla realizzazione di un’opera a partire dal 2008. Siamo troppo lontani rispetto alla data di completamento e di realizzazione.
        Il Governo deve invece spingere nella direzione, soprattutto in riferimento alle aree sottoutilizzate e del Mezzogiorno, della dotazione di infrastrutture. Questo serve anche ad accompagnare la produzione e questo, sì, serve ad incentivare la produzione e soprattutto ad abbattere il dato (a mio avviso molto preoccupante) della riduzione dell’
export della produzione italiana che registra un calo del 2,1 per cento rispetto al gennaio 2003, anno che già registrava una forte decrescita rispetto al 2002. Questo deve essere quindi il dato che deve allarmarci di più e invito pertanto il Governo a porre su di esso particolare attenzione.
        Mi soffermo brevemente sull’aspetto degli incentivi e dei crediti di cui alle pagine 60 e 61 del nostro Documento. Il punto è stato già oggetto di discussione e su di esso il Ministro ha già avuto modo di rispondere. Non sono dell’avviso – e credo che su questo anche il ministro Siniscalco e il Governo nutrano dubbi – di sostituire seccamente l’incentivo con il prestito agevolato ma dobbiamo immaginare azioni di accompagnamento. Vi è una trasformazione anche per far crescere l’imprenditore che ha intenzione di investire nelle aree sottoutilizzate e nel Mezzogiorno, ivi incluso l’imprenditore del Mezzogiorno, in un quadro di sviluppo che deve avere la capacità in via preventiva di incentivare davvero la produzione.
        Dobbiamo pertanto conservare nella prossima finanziaria un Fondo per le aree sottoutilizzate e per le aree del Mezzogiorno con un’attività di accompagnamento, di cui ho parlato, utilizzando strumenti come gli sgravi fiscali, quindi anche con una modifica del credito d’imposta. Certamente il credito d’imposta è stato un elemento di grande sviluppo ma fortunatamente siamo riusciti a bloccarlo perché determinava alcune diseconomie, non essendo né controllato, né finalizzato, né capace di determinare sviluppo per le aziende che ne hanno usufruito. Dovremo pertanto dare avvio ad incentivi all’occupazione, a maggiori controlli e infine ai meccanismi di recupero per quegli investimenti oggetto di revoca. Attualmente non si è posta particolare attenzione su questo aspetto; se invece si porrà attenzione sul meccanismo di recupero sul controllo e sulla finalità della spesa, potremo certamente recuperare risorse da avviare nella direzione dello sviluppo.
        Invito innanzi tutto noi della maggioranza ma anche gli amici dell’opposizione a ritrovare nel dibattito dei prossimi giorni (anche con la disponibilità manifestata dal Ministro che crea anche una serenità di posizioni) la capacità di colloquio, finalizzato a determinare le condizioni di fiducia. Auspico che l’ottimismo, già esistente del Governo, possa coinvolgere non solo la comunità produttiva ma l’intera comunità nazionale perché soltanto attraverso la fiducia possiamo avviare allo sviluppo del nostro Paese.

        PRESIDENTE. Signor Ministro, lei ha sostenuto che nel 2005 la manovra correttiva avrà una componente strutturale di 17 miliardi di euro. Inoltre dovrebbe esserci la riduzione strutturale delle imposte che, come lei ha detto, deve essere coperta. Pertanto nel complesso quanto sarà la componente strutturale per la manovra 2005?

        Sul Mezzogiorno è indubbia la necessità di una razionalizzazione degli incentivi e di una modifica di alcune determinanti fondamentali di tutte le tipologie di incentivi. Come negli scorsi Documenti di programmazione economico-finanziaria, anche in questo viene però ritenuto necessario un concorso del PIL prodotto nel Mezzogiorno per innalzare la media nazionale ed europea. Sarà pertanto utile che non si diano già per scontate tutte le modifiche delle tipologie di intervento ma che si facciano, come d’altra parte si è detto, una serie di calcoli esatti, contemperando, naturalmente, le necessità economiche – che ovviamente si condividono – con la realtà attuale del Mezzogiorno. Ove mai non si dovesse raggiungere l’obiettivo di un concorso del Mezzogiorno alla crescita del PIL superiore alla media nazionale, i problemi naturalmente si porrebbero non soltanto per il Mezzogiorno ma anche per la crescita generale del Paese.
        Nella definizione della manovra molto articolatamente proposta, specie in quanto detto dal Ministro, sarà utile che il
mix sia attentamente valutato sia sotto il profilo scientifico ma – auspicherei – anche sotto il minimo profilo di sensibilità politica che potrebbe praticamente concretarsi in una gradualità delle modifiche: man mano che le nuove disposizioni entrano in vigore, le vecchie vengono gradualmente sostituite. È una questione che potrebbe assumere una importanza fondamentale per il Mezzogiorno. Tutti sanno naturalmente che con gli attuali tassi d’interesse, in valore assoluto molto bassi, un finanziamento concesso a tasso agevolato nel Mezzogiorno è grosso modo equivalente ad uno erogato nel Nord. Essendoci un differenziale tra i tassi passivi, ovviamente connesso a rischi differenti, non vi è dubbio che il vantaggio di un prestito a tasso agevolato viene, se non totalmente eliminato, quantomeno fortemente ridimensionato. Nella revisione del mix di misure di incentivazione per il Mezzogiorno sarà utile tenere conto di ciò. Sono convinto che tutte queste misure devono essere prima adeguatamente coperte e poi adeguatamente monitorate per evitare quello che, purtroppo, è accaduto talvolta in passato.

        SINISCALCO, ministro dell’economia e delle finanze. Entrambe le osservazioni del senatore Izzo sono pienamente condivisibili. Il bisogno di infrastrutture, immateriali oltre che materiali, è fondamentale per lo sviluppo economico. Non si vive solo di strade e ponti: ad esempio, mi è capitato di lavorare occasionalmente in Arabia Saudita, Paese che, pur essendo ben dotato di infrastrutture, ha qualche problema di sviluppo. Torna così il discorso degli ingredienti che vanno amalgamati in modo sapiente.

        Sono d’accordo rispetto al piano di finanziamento delle opere pubbliche, con una parte di risorse provenienti dal mercato, magari finanziate con pedaggi ombra, cioè ripagati dallo Stato, ma con rischio a carico dell’impresa contractor o dell’impresa che realizza l’opera. È chiaro invece che per gli aspetti di capitale immateriale – l’educazione, la formazione, l’università – si tratta di spesa pubblica ed è inutile cercare di sfuggire a questo dato.
        Quanto agli incentivi esiste indubbiamente un problema di transizione. Credo però che vada dissipato un piccolo fraintendimento: il problema del fondo rotativo non riguarda i tassi, che sono molto bassi, bensì l’accesso al credito. La giovane impresa piccola, quand’anche fosse beneficiaria di crediti con un tasso agevolato, in base a criteri puramente bancari non prenderebbe una lira per ragioni di elevato rischio e mancanza di garanzie. L’istituzione di un fondo rotativo assistito da garanzie consente appunto l’accesso al credito. Stiamo negoziando la possibilità che il credito ottenuto in questo modo sia – uso un neologismo orrendo – «levereggiabile», possa essere cioè la base per contrarre il debito in base ai criteri di Basilea 2. Oltre alla questione dell’accesso al credito, occorre considerare che un fondo perduto, per quanto inefficiente, costituisce una base per contrarre ulteriore debito.
        Le domande del presidente Azzollini, nella loro apparente semplicità, toccano i punti di fondo. L’ammontare complessivo netto della manovra sarà di 17 miliardi di euro più altri 7 miliardi. Maggiori saranno gli interventi sulle imposte, più robusta dovrà essere la manovra lorda. Sul netto ci siamo messi d’accordo. Non si può varare una manovra netta inferiore a 17 miliardi di euro più 7 perché, in primo luogo, 7 miliardi di
una tantum sono tantissimi, in secondo luogo perché, con quel tipo di aggiustamento, arriviamo al 2,7 per cento del rapporto deficit-PIL.
        Certamente il Mezzogiorno è importante perché, per la teoria dello sviluppo, è l’unica area che può crescere più della media.
        Vorrei concludere con un’osservazione fatta sia come Ministro dell’economia che come direttore del Tesoro. Tutta la manovra deve avvenire in un quadro di sostenibilità e di compatibilità fiscale. L’aggiustamento notevolissimo realizzato dal 1992 al 1998 per l’ingresso nell’euro, con una riduzione del disavanzo pubblico di 8 o 9 punti, è stato possibile grazie alla credibilità della riduzione dei tassi. Quando si ha un debito al 108 per cento rispetto al PIL, un punto percentuale di aumento dei tassi (la trasposizione nel debito richiede cinque anni per la vischiosità dovuta alle scadenze lunghe) equivale ad un punto di PIL, cioè a 13 miliardi di euro. È fondamentale considerare il prezzo cui riusciamo a collocare il nostro debito sui mercati internazionali. Il rigore non deriva da Maastricht, non consiste nel raggiungere la percentuale del 3 o del 4 o nell’avere il debito più basso; il debito è la condizione vitale di sostenibilità della nostra finanza pubblica.
        Il differenziale nei confronti del
Bund, cioè del titolo europeo di riferimento a dieci anni, dopo l’asta di giovedì scorso, è sceso di quasi un punto base. Non è un miracolo, significa semplicemente che gli investitori stanno tornando sulla struttura di portafoglio che avevano prima delle elezioni europee. L’Italia è stata sottopesata, si torna ora ad una situazione fisiologica. Queste grandezze, dovute all’azione del Governo, alla fine della turbolenza, all’approvazione della riforma delle pensioni, realizzano molto di più di ciò che si dibatte. Spesso si finisce per accapigliarsi intorno al miliardo di euro di una manovrina, mentre sono queste le variabili fondamentali e su di esse è stato realizzato l’aggiustamento che ci ha condotto nell’euro. A queste variabili dobbiamo continuare a guardare.
        L’episodio di giovedì scorso è un indicatore di ritorno alla fiducia, che non è fatto di parole bensì di flussi: abbiamo messo all’asta 6 miliardi di euro e vi era una domanda di 24 miliardi di euro. Ciò vuol dire che c’erano investitori pronti a investire sull’Italia. Quando parlo di fiducia non mi riferisco soltanto a questo fattore, ma da ciò non possiamo prescindere intellettualmente, professionalmente e politicamente. Economisti, direttori del Tesoro, ministri delle finanze sembrano eccessivamente ossessionati da questa compatibilità finanziaria; non è così perché, se non riusciamo ad essere in ordine in questo settore, paghiamo il doppio, il triplo o il quadruplo e non riusciamo a realizzare nessuno di quegli interventi, che tutti riteniamo utili, sul piano dell’equità e dell’efficienza. Il tema è soltanto apparentemente esoterico.
        Siamo a disposizione anche nel mese di agosto per ulteriori approfondimenti.

        PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro dell’economia e delle finanze e dichiaro conclusa l’audizione odierna.
        
I lavori terminano alle ore 12,40.


Licenziato per la stampa dall’Ufficio dei Resoconti

1)             I testi contenuti nel presente fascicolo — che anticipa a uso interno l’edizione del Resoconto stenografico — non sono stati rivisti dagli oratori.