SENATO DELLA REPUBBLICA

    XIII LEGISLATURA    

Venerdì 21 Gennaio 2000

alle ore 10
751ª Seduta Pubblica


 

ORDINE DEL GIORNO
Interrogazioni (testi allegati).
INTERROGAZIONI SULLA MORTE IN CARCERE
DEL SIGNOR MARCO CIUFFREDA

        (3-03336)(11 gennaio 2000) MANCONI, PETTINATO. – Al Ministro della giustizia. – Premesso:

            che il 28 ottobre 1999 il signor Marco Ciuffreda veniva tratto in arresto da agenti della squadra mobile della questura di Roma perchè sorpreso nell’atto di cedere una dose di sostanza presunta stupefacente; quindi veniva tradotto (alle ore 0,05 del giorno 29) presso il carcere di Regina Coeli;
            che il successivo sabato 30 ottobre Ciuffreda compariva, con rito direttissimo e per la convalida dell’arresto, avanti la settima sezione penale del tribunale di Roma con l’accusa di commercio illecito di sostanze stupefacenti (articolo 81 capoverso del codice penale e articolo 73, commi 1 e 4, del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990);
            che il tribunale, dopo averne convalidato l’arresto, gli concedeva gli arresti domiciliari; non pare dubbio che, a determinare la decisione dei giudici, abbiano concorso l’evidenza delle condizioni di salute e la necessità di ausilio sanitario a favore di Ciuffreda, il quale, probabilmente sofferente per l’approssimarsi di una crisi di astinenza, e comunque in evidente stato di confusione, aveva ammesso i fatti, spiegando che la cessione di droga a terzi era dovuta alla necessità di procurarsi la dose necessaria al proprio stato di tossicodipendente;
            che alle 14,50 dello stesso giorno la decisione del tribunale veniva comunicata al carcere, ma non eseguita, e ciò nonostante che, a partire dalle ore 15.00, si fosse dato corso alla traduzione domiciliare di altri detenuti e, qualche ora dopo, di altri tre, infine, allo sfollamento di 13 detenuti verso il carcere di Rebibbia;
            che la traduzione di Ciuffreda non è stata effettuata neppure il giorno successivo, domenica 31 ottobre, nonostante le scorte abbiano eseguito l’accompagnamento al proprio domicilio di due altri detenuti, di cui uno fino a Viterbo;
            che pare chiaro, a questo punto, che ci si trovi in presenza di una evidente omissione del provvedimento dell’autorità giudiziaria, finalizzato a incidere direttamente e immediatamente sulle condizioni di libertà di un cittadino;
            che alle ore 17.00 del giorno 1º novembre 1999 Marco Ciuffreda veniva spostato dalla cella al centro clinico del carcere, ove sarebbe stato «tenuto sotto controllo medico» (così la relazione di un ispettore al direttore del carcere) fino alle 18,45, ora in cui veniva trasportato e ricoverato presso l’ospedale Nuovo Regina Margherita; non sembra che in carcere, nonostante l’asserito «stretto controllo medico», sia stato praticato alcun intervento terapeutico adeguato alla evidentissima gravità delle condizioni di Marco Ciuffreda, il quale, visitato successivamente al pronto soccorso del Nuovo Regina Margherita, veniva trovato disidratato, denutrito, ipoteso e con gravi difficoltà respiratorie, al punto che i medici effettuarono
test per l’HIV (risultato negativo) e, il giorno successivo, ne disposero il trasferimento all’ospedale Spallanzani, con la diagnosi di «polmonite a focolai multipli» e «gravi difficoltà respiratorie»; a causa della presenza di «grossolani rumori respiratori» risultò impossibile ai medici effettuare non solo un approfondito esame del cuore, ma anche la TAC;
            che alle ore 15,40 del 2 novembre Marco Ciuffreda moriva per arresto cardiocircolatorio; moriva «in» carcere e «di» carcere un cittadino al quale per oltre 60 ore era stato negato il diritto di uscire dal carcere e di curarsi nella propria abitazione;
            che la mancata diligenza o, comunque, la scarsa prontezza nella esecuzione dei provvedimenti di concessione degli arresti domiciliari è, nelle carceri italiane, assai frequente; infatti, già il 3 giugno 1998, l’allora direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il dottor Alessandro Margara, aveva ritenuto necessario intervenire con una nota (prot. 150559/4.1), nella quale disponeva che «ogni provvedimento modificativo della detenzione in carcere, incidendo direttamente nelle condizioni di concreta fruizione della libertà personale», andasse «eseguito immediatamente alla stessa stregua degli ordini di riammissione in libertà»; invitava altresì i direttori degli istituti penitenziari a organizzare i servizi in modo da provvedere alla concreta esecuzione dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria modificativi dello
status detentivo «nell’immediatezza della avvenuta ricezione»;
            che ad un anno e due mesi dalla nota del dottor Margara, nel frattempo rimosso dall’incarico, il vice direttore generale, dottor Paolo Mancuso, ha emesso una nota interpretativa della circolare appena citata, per «chiarire» che «la disposizione che quei provvedimenti vanno eseguiti nella immediatezza dell’avvenuta ricezione va interpretata nel senso che immediatamente vanno attivate le procedure amministrative di verifica e all’esito di queste altrettanto immediatamente va dato corso alla traduzione del detenuto agli arresti domiciliari»;
            che interveniva poi, il 5 novembre 1999, e cioè tre giorni dopo la morte di Marco Ciuffreda, una ulteriore nota, emessa dall’attuale direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dottor Giancarlo Caselli, il quale, dopo aver premesso che l’esecuzione ritardata delle ordinanze di concessione degli arresti domiciliari determina «irregolari prosecuzioni della misura della custodia cautelare in carcere» e si pone «in netta antitesi con alcuni princìpi presidiati a livello costituzionale», «invita i destinatari» ad intraprendere «ogni iniziativa utile alla tempestiva esecuzione dei provvedimenti in parola»,
        si chiede di sapere:
            se, all’ingresso in carcere di Marco Ciuffreda, ne siano state accertate le condizioni di salute e quali provvedimenti e interventi siano stati adottati al riguardo;
            se e quale trattamento terapeutico sia stato praticato a Marco Ciuffreda durante il periodo di ricovero nel centro clinico del carcere e se sia stata verificata l’idoneità di tale trattamento;
            se e quali iniziative siano state adottate per accertare le cause della mancata esecuzione del provvedimento del giudice, che disponeva la traduzione di Marco Ciuffreda agli arresti domiciliari;
            se siano state individuate responsabilità personali, anche in relazione alla evidente inosservanza della disposizione del 3 giugno 1998 del direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, disposizione che esigeva una organizzazione dei servizi capace di garantire l’immediata esecuzione dei provvedimenti;
            infine, quali provvedimenti siano stati adottati in relazione all’esito degli accertamenti;
            se risponda a verità quanto riportato da alcuni organi di stampa (in particolare dal «Manifesto», in un articolo di Giovanna Pajetta), secondo cui la disposizione del dottor Margara avrebbe suscitato il malcontento e le proteste di direttori di istituti e di funzionari della polizia penitenziaria; da qui, probabilmente, la nota interpretativa a firma del dottor Mancuso, che appare diretta ad attenuare gli effetti della disposizione originaria;
            se – anche in relazione alla nota emanata dopo la morte di Marco Ciuffreda dall’attuale direttore generale del DAP – non si ritenga imprescindibile la necessità di impartire ineludibili disposizioni, che impongano l’immediata esecuzione di tutti i provvedimenti suscettibili di modificare il regime di detenzione carceraria;
            quali altre iniziative e quali altri provvedimenti siano stati adottati e/o si intenda adottare in relazione alla particolare gravità dei fatti esposti.

        (3-03337)(11 gennaio 2000) MANCONI, PETTINATO. – Al Ministro della giustizia. – Premesso:

            che oggi, 15 dicembre 1999, numerosi organi di stampa riportano brani di un documento indicato come proveniente dall’Ufficio centrale dell’ispettorato presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria; tali brani confermerebbero integralmente quanto dagli scriventi riportato nella interrogazione 3-03284 e qui di seguito parzialmente riportato;
            che il 28 ottobre 1999 il signor Marco Ciuffreda veniva tratto in arresto da agenti della squadra mobile della questura di Roma perchè sorpreso nell’atto di cedere una dose di sostanza presunta stupefacente e, quindi, veniva tradotto (alle ore 0.05 del giorno 29) presso il carcere di Regina Coeli; il giorno successivo, sabato 30 ottobre Ciuffreda, compariva, con rito direttissimo e per la convalida dell’arresto, avanti la settima sezione penale del tribunale di Roma con l’accusa di commercio illecito di sostanze stupefacenti (articolo 81, capoverso del codice penale, e 73, commi 1 e 4, del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990);
            che il tribunale, dopo averne convalidato l’arresto, gli concedeva gli arresti domiciliari;
            che alle ore 14.50 dello stesso giorno la decisione del tribunale veniva comunicata al carcere ma non eseguita, e ciò nonostante che, a partire dalle ore 15.00, si fosse dato corso alla traduzione domiciliare di altri detenuti e, qualche ora dopo, di altri tre, ed infine allo sfollamento di 13 detenuti verso il carcere di Rebibbia;
            che la traduzione di Ciuffreda non è stata effettuata neppure il giorno successivo, domenica 31 ottobre, nonostante le scorte abbiano eseguito l’accompagnamento al proprio domicilio di due altri detenuti, di cui uno fino a Viterbo; pare chiaro, a questo punto, che ci si trova in presenza di una evidente omissione del provvedimento dell’autorità giudiziaria, finalizzato a incidere direttamente e immediatamente sulle condizioni di libertà di un cittadino;
            che alle ore 17 del giorno 1º novembre Marco Ciuffreda veniva spostato dalla cella al centro clinico del carcere, ove sarebbe stato «tenuto sotto controllo medico» (così la relazione di un ispettore al direttore del carcere) fino alle 18.45, ora in cui veniva trasportato e ricoverato presso l’ospedale Nuovo Regina Margherita; non sembra che in carcere, nonostante l’asserito «stretto controllo medico», sia stato praticato alcun intervento terapeutico adeguato alla evidentissima gravità delle condizioni di Marco Ciuffreda, il quale, visitato successivamente al pronto soccorso del Nuovo Regina Margherita, veniva trovato disidratato, denutrito, ipoteso e con gravi difficoltà respiratorie, al punto che i medici effettuarono
test per l’HIV (risultato negativo) e, il giorno successivo, ne disposero il trasferimento all’ospedale Spallanzani, con la diagnosi di «polmonite a focolai multipli» e «gravi difficoltà respiratorie»; a causa della presenza di «grossolani rumori respiratori» risultò impossibile ai medici effettuare non solo un approfondito esame del cuore ma anche la TAC;
            che alle ore 15.40 del 2 novembre Marco Ciuffreda moriva per arresto cardiocircolatorio; moriva «in» carcere e «di» carcere un cittadino al quale per oltre 60 ore era stato negato il diritto di uscire dalla prigione e di curarsi nella propria abitazione;
            che la mancata diligenza o, comunque, la scarsa prontezza nella esecuzione dei provvedimenti di concessione degli arresti domiciliari è, nelle carceri italiane, assai frequente; infatti, già il 3 giugno 1988 l’allora direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il dottor Alessandro Margara, aveva ritenuto necessario intervenire con una nota (protocollo n. 150559/4.1), nella quale disponeva che «ogni provvedimento modificativo della detenzione in carcere, incidendo direttamente nelle condizioni di concreta fruizione della libertà personale», andasse «eseguito immediatamente alla stessa stregua degli ordini di riammissione in libertà» e invitava i direttori degli istituti penitenziari a organizzare i servizi in modo da provvedere alla concreta esecuzione dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria modificativi dello
status detentivo «nell’immediatezza della avvenuta ricezione»;
            che ad un anno e due mesi dalla nota del dottor Margara, nel frattempo rimosso dall’incarico, il vice direttore generale, dottor Paolo Mancuso, ha espresso una nota interpretativa della circolare appena citata per «chiarire» che «la disposizione che quei provvedimenti vanno eseguiti nella immediatezza dell’avvenuta ricezione va interpretata nel senso che immediatamente vanno attivate le procedure amministrative di verifica e all’esito di queste altrettanto immediatamente va dato corso alla traduzione del detenuto agli arresti domiciliari»;
            che interveniva poi, il 5 novembre 1999, e cioè tre giorni dopo la morte di Marco Ciuffreda, una ulteriore nota, emessa dall’attuale direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dottor Giancarlo Caselli, il quale, dopo aver premesso che l’esecuzione ritardata delle ordinanze di concessione degli arresti domiciliari determina «irregolari prosecuzioni della misura della custodia cautelare in carcere» e si pone «in netta antitesi con alcuni princìpi presidiati a livello costituzionale», «invitava i destinatari» ad intraprendere ogni iniziativa utile alla tempestiva esecuzione dei provvedimenti in parola,
        si chiede di sapere:
            se all’ingresso in carcere di Marco Ciuffreda ne siano state accertate le condizioni di salute e quali provvedimenti e interventi siano stati adottati al riguardo;
            se e quale trattamento terapeutico sia stato praticato a Marco Ciuffreda durante il periodo di ricovero nel centro clinico del carcere e se sia stata verificata l’idoneità di tale trattamento;

            se e quali iniziative siano state adottate per accertare le cause della mancata esecuzione del provvedimento del giudice, che disponeva la traduzione di Marco Ciuffreda agli arresti domiciliari, se siano state individuate responsabilità personali, anche in relazione alla evidente inosservanza della disposizione del 3 giugno 1998 del direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, disposizione che esigeva una organizzazione dei servizi capace di garantire l’immediata esecuzione dei provvedimenti ed, infine, quali provvedimenti siano stati adottati in relazione all’esito degli accertamenti;
            se risponda a verità quanto riportato da alcuni organi di stampa (in particolare dal «Manifesto» in un articolo di Giovanna Pajetta), secondo cui la disposizione del dottor Margara avrebbe suscitato il malcontento e le proteste di direttori di istituti e di funzionari della polizia penitenziaria; da qui, probabilmente, la nota interpretativa a firma del dottor Mancuso che appare diretta ad attuare gli effetti della disposizione originaria;
            se – anche in relazione alla nota emanata dopo la morte di Marco Ciuffreda dall’attuale direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – non si ritenga imprescindibile la necessità di impartire ineludibili disposizioni che impongano l’immediata esecuzione di tutti i provvedimenti suscettibili di modificare il regime di detenzione carceraria;
            quali altre iniziative e quali altri provvedimenti siano stati adottati e/o si intenda adottare in relazione alla particolare gravità dei fatti esposti;
            in considerazione del fatto nuovo, decisamente assai importante, rappresentato dal documento ricordato in premessa, se il Ministro in indirizzo non intenda rispondere al più presto ai quesiti sottopostigli.


INTERROGAZIONE SULLE OPERAZIONI DI SOCCORSO
IN OCCASIONE DI CALAMITÀ NATURALE VERICATASI
A CROTONE

        (3-01067)(29 maggio 1997) MANFREDI, TRAVAGLIA, MANCA, DE ANNA, NOVI, VERTONE GRIMALDI, FUMAGALLI CARULLI, SCOPELLITI. – Al Ministro dell’interno e per il coordinamento della protezione civile. – Premesso:

            che il giorno 21 ottobre 1996 aderenti al comitato nazionale del volontariato di protezione civile si recavano a Crotone, rione Fondo Gesù, per prestare opera di soccorso alla popolazione colpita da calamità naturale;
            che gli operatori volontari agivano sulla base delle disposizioni impartite dal Dipartimento della protezione civile;
        considerato:
            che in occasione del sopralluogo del Presidente del Consiglio le forze dell’ordine, dopo aver allontanato forzatamente i volontari, impegnati sul luogo fin dalle prime ore del disastro, si sarebbero impossessate delle loro attrezzature per simulare una momentanea attività di soccorso;
            che le attrezzature stesse sarebbero state restituite ai volontari una volta esauritasi la visita del presidente Romano Prodi,
        si chiede di sapere se il fatto corrisponda a verità e quindi quali comprensibili giustificazioni possano essere addotte per un comportamento così riprovevole e se non si ritenga opportuno rendere formali scuse agli operatori volontari della protezione civile che hanno abbandonato lavoro e famiglia per solidarietà con le popolazioni colpite da eventi calamitosi.


INTERROGAZIONE SULLA MANCATA EMANAZIONE DEL REGOLAMENTO PREVISTO DALL’ARTICOLO 14 DELLA LEGGE N. 74 DEL 1996

        (3-02420)(24 novembre 1998) MANFREDI. – Ai Ministri dell’interno e per il coordinamento della protezione civile e della difesa. – Premesso:

            che ai sensi dell’articolo 14, comma 2, del decreto-legge n. 560 del 29 dicembre 1995, convertito dalla legge n. 74 del 26 febbraio 1996, materiali, mezzi ed infrastrutture dello Stato, in particolare del Ministero della difesa, obsoleti e non più utilizzati possono essere assegnati a titolo gratuito alle organizzazioni volontarie di protezione civile;
            che la suddetta legge finora risulta inapplicata perchè non è stato ancora emanato il regolamento previsto dal comma 3, dello stesso articolo 14 del decreto-legge n. 560 del 1995, convertito dalla legge n. 74 del 26 febbraio 1996, che dovrà disciplinare i criteri, le modalità e le condizioni per le cessioni in parola;
            che la mancata emanazione del predetto regolamento vanifica praticamente l’applicazione della legge di uno Stato,
        si chiede di sapere:
            per quali ragioni il regolamento in questione non sia stato ancora emanato, a distanza di quasi tre anni dalla pubblicazione della legge;
            quando si preveda che sarà emanato, considerando l’alto numero delle organizzazioni di volontariato che contano su questo fondamentale strumento normativo.


INTERROGAZIONI SULLA SICUREZZA STATICA DELLA CITTÀ DI CANOSA

(3-01945)(26 maggio 1998)         GRECO. – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’interno e per il coordinamento della protezione civile, dei lavori pubblici e per le aree urbane e per i beni e le attività culturali. – Premesso:

            che il 25 marzo 1998 è stata presentata l’interrogazione 4-10270 con la quale veniva denunciata la grave situazione di pericolo in cui da tempo versa la città di Canosa, definita sin dal 1986 da un’apposita commissione ministeriale «geologicamente a rischio e di preminente interesse nazionale», stante la presenza di cave e vuoti sotterranei interessanti un terzo dell’abitato della città di antica storia archeologica;
            che nella stessa interrogazione veniva rappresentato il peggioramento della già grave situazione, attestato dai continui crolli e dalle lesioni di costruzioni e strade, quali gli ultimi verificatisi nello scorso mese di marzo;
            che a tutt’oggi non è stata data alcuna risposta all’interrogazione, nè rappresenta un motivo di soddisfacente appagamento la notizia di stampa secondo cui lo scorso 21 maggio il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per nove comuni pugliesi, fra cui Canosa, che dovrebbe godere dell’irrisorio finanziamento di appena due miliardi;
            che se non sono stati sufficienti gli otto miliardi erogati successivamente alla legge 28 ottobre 1986, n. 730, a maggior ragione ben poca cosa oggi rappresenta questo minor contributo straordinario a fronte dei danni già verificatisi;
            che la gente è stanca di subire ritardi, inerzie, insensibilità, grossi disagi derivanti da continue ordinanze di chiusura di strade e di sgombero di abitazioni pericolanti,
        si chiede di sapere se e quali serie e risolutive misure si intenda adottare per risolvere il problema delle voragini e dei dissesti sotterranei e per tutelare la zona a rischio di una città come Canosa, dichiarata già di «preminente interesse nazionale».

        (3-03258)(23 novembre 1999) GRECO. – Ai Ministri dell’interno e per il coordinamento della protezione civile, dei lavori pubblici e per i beni e le attività culturali. – Premesso:

            che la tragedia del crollo del palazzo di Foggia richiama oggi l’attenzione pubblica e delle istituzioni sulle cause e sulle responsabilità di così gravi eventi, come ieri è stato per altri analoghi ed anche più gravi disastri (crollo dell’edificio con numerosi morti a Barletta, alluvione di Sarno);
            che il Governo, pressato da critiche e da tanta diffidenza, tenta di rassicurare la collettività con le solite promesse di interventi e misure di prevenzione che poi immancabilmente non mantiene, inventandosi, fra l’altro, ora un testo di disegno di legge sul cosiddetto «fascicolo di fabbricato» facente parte dei collegati alla legge finanziaria;
            che in merito alla tragedia di Foggia si va giustamente dicendo che per l’individuazione delle responsabilità vanno preliminarmente studiate ed accertate le cause;
            che la stessa cosa non vale per i crolli e i dissesti sotterranei che da anni, nell’inerzia dei dovuti interventi, stanno interessando la città di Canosa (Bari);
            che il sottosuolo di questa città del Nord Barese è stato paragonato ad una «bomba pronta ad esplodere», ed in verità la bomba è già esplosa tante volte, da ultimo in questi giorni con lo schizzare dei tufi dalle pareti di un garage sottostante all’edificio di via Balilla 126 e che ha comportato lo sgombero immediato per dieci famiglie, ospitate da amici e parenti;
            che non è stato questo il primo nè sarà l’ultimo degli eventi dannosi che interessano Canosa, un paese dalle cavità artificiali esistenti nella quasi totalità del substrato urbano, nè è questa la prima interrogazione che viene rivolta ai Ministri in indirizzo;
            che il 25 marzo e il 26 maggio 1998, infatti, sono state presentate le interrogazioni 4-10270 e 3-01945 – rimaste tuttora senza risposta – con le quali veniva denunciata la grave situazione di pericolo in cui si trova da tempo la città di Canosa, valutata sin dal 1986 da apposita commissione ministeriale «geologicamente a rischio e di preminente interesse nazionale», per la presenza di cave e vuoti sotterranei interessanti un terzo dell’abitato della città di antica storia archeologica;
            che l’8 luglio 1998, in sede di conversione del decreto-legge 11 giugno 1998, n. 180, è stato presentato ed accolto dal sottosegretario Barberi e dal relatore l’ordine del giorno con il quale s’impegnava il Governo ad «assicurare che sorveglierà affinchè la regione Puglia adotti entro il termine fissato per legge i piani stralcio di bacino e che il Comitato dei ministri, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato e le regioni, individui il comune di Canosa come zona ad elevato rischio idrogeologico e predisponga gli interventi più urgenti e i soggetti attuatori, da finanziarsi con le misure straordinarie di cui al disegno di legge in oggetto»;
            che veniva con le predette interrogazioni segnalato il peggioramento della già grave situazione, in occasione di continui crolli, lesioni di costruzioni e di strade, nonchè la scarsa attenzione prestata dalle istituzioni, e in particolare dal Governo centrale, al problema dei «vuoti sotterranei» canosini, a fronteggiare i quali il Ministro dell’interno e per il coordinamento della protezione civile, a partire dalla legge 26 ottobre 1986, n. 730, per finire a quella approntata per le calamità di Sarno, si è sino ad oggi limitato a disporre contributi di lieve, irrisoria entità (otto miliardi negli anni ’80 e due nel 1998);
            che con un’altra interrogazione, la 4-16163 del 14 settembre 1999, è stata denunciata l’ennesima «tragedia sfiorata» il 4 settembre 1999 con il crollo all’incrocio di via Imbriani di una superficie di circa cento metri quadrati, che ha lasciato al posto della strada una voragine profonda dieci metri, nella quale sono rimaste inghiottite quattro auto, da una delle quali pochi attimi prima erano scesi due coniugi, salvi per miracolo;
            che un problema così grave, rientrante nel campo del dissesto idrogeologico, non può essere perennemente affidato al fato e rientra nei prioritari doveri dell’azione del Governo nazionale che, fra l’altro, ha il potere di sostituirsi all’eventuale inerzia di qualsiasi altra istituzione e che è il solo a poter fronteggiare, affrontare e risolvere una situazione così complessa, quale è quella di Canosa, come ha avuto modo di ammettere il sottosegretario Mattioli nel dicembre del 1998, dopo aver preso diretta visione dei vuoti sotterranei,
        l’interrogante chiede di sapere se e quali provvedimenti i Ministri in indirizzo intendano adottare per risolvere, in tutto o in parte, il problema delle voragini, dei crolli e dei dissesti sotterranei, al fine di tutelare persone e cose, oltre che l’importante patrimonio archeologico della città di Canosa, dichiarata di «preminente interesse nazionale» e zona a rischio geologico.

        (3-03305)(14 dicembre 1999)(Già 4-10270) GRECO. – Ai Ministri dell’interno e per il coordinamento della protezione civile e per i beni e le attività culturali. – Premesso:

            che nel 1986 una zona all’interno dell’abitato cittadino di Canosa (Bari), sulla base della situazione accertata da un’apposita commissione ministeriale, fu definita geologicamente a rischio e di «preminente interesse nazionale»;
            che con la legge 28 ottobre 1986, n. 730, il Ministro per il coordinamento della protezione civile venne autorizzato a disporre con onere posto a carico del fondo per la protezione civile di contributi di vario importo a favore di regioni, province e comuni colpiti da calamità naturali, tra cui il comune di Canosa di Puglia (Bari);
            che con gli scarsi predisposti finanziamenti (prima quattro e poi otto miliardi) vennero eseguiti i primi lavori di risanamento in via Goldoni e via degli Avelli, nella zona 167;
            che, in seguito, per mancanza di fondi, non è stato più possibile intervenire, malgrado l’estensione del pericolo di smottamenti ad altre ampie zone dell’abitato, interessato da un sottosuolo caratterizzato da una fitta rete di cavità artificiali, talora a livelli sovrapposti, che rischiano di far crollare le sovrastanti strutture;
            che le cave sotterranee raggiungono un volume di circa trecentocinquantamila cubi ed interessano circa un terzo dell’abitato di Canosa, città di antica storia archeologica;
            che le gallerie e i vuoti sotterranei sono favoriti dalla natura tufacea del materiale in continua fratturazione, anche per la presenza e la circolazione di acque sotterranee non canalizzate;
            che la situazione dei «vuoti sotterranei» è diventata di estrema, preoccupante gravità in questi ultimi tempi, stante i continui crolli di strade, ultimo quello verificatosi la sera del 22 marzo 1998 in via Zara, che era stata già interessata da uno sprofondamento una settimana prima;

            che con gli smottamenti delle strade si verificano anche lesioni e crolli delle abitazioni sovrastanti, come è avvenuto anche in quest’ultimo evento calamitoso;
            che aumenta sempre più il numero dei canosini che restano senza casa perchè distrutta o che sono costretti ad abbandonarla a seguito di provvedimenti di sgombero;
            che l’irrisolta questione delle cave sotterranee lascia affidata al caso l’incolumità pubblica e privata;
            che la cittadinanza è stanca di subire i disagi delle ordinanze di chiusura di strade e di sgombero di abitazioni pericolanti ma soprattutto di vedere sfiorata di volta in volta la tragedia,
        si chiede di sapere quali provvedimenti ed urgenti interventi i Ministri in indirizzo intendano adottare per risolvere il problema delle voragini e dei dissesti sotterranei e per tutelare le zone geologiche a rischio della città di Canosa, peraltro dichiarata di «preminente interesse nazionale».

        (3-03306)(14 dicembre 1999)(Già 4-16163) GRECO. – Ai Ministri dell’interno e per il coordinamento della protezione civile, dei lavori pubblici e per i beni e le attività culturali. – Premesso:

            che il 25 marzo e 26 maggio 1998 sono state presentate le interrogazioni 4-10270 e 3-01945 – rimaste ancora senza risposta – con le quali veniva denunciata la grave situazione di pericolo in cui si trova da tempo la città di Canosa, valutata sin dal 1986 da apposita commissione ministeriale «geologicamente a rischio e di preminente interesse nazionale», per la presenza di cave e vuoti sotterranei interessanti un terzo dell’abitato della città di antica storia archeologica;
            che l’8 luglio 1998, in sede di conversione del decreto-legge 11 giugno 1998, n. 180, è stato presentato ed accolto dal sottosegretario Barberi e dal relatore l’ordine del giorno con il quale si impegnava il Governo ad «assicurare che sorveglierà affinchè la regione Puglia adotti entro il termine fissato per legge i piani stralcio di bacino e che il Comitato dei ministri, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato e regioni, individui il comune di Canosa come zona ad elevato rischio idrogeologico e predisponga gli interventi più urgenti e i soggetti attuatori, da finanziarsi con le misure straordinarie di cui al disegno di legge in oggetto»;
            che veniva, con quelle interrogazioni, segnalato il peggioramento della già grave situazione, in occasione di continui crolli, lesioni di costruzioni e di strade, nonchè la scarsa attenzione prestata dalle istituzioni, e in particolare dal Governo centrale al problema dei «vuoti sotterranei» canosini, a fronteggiare i quali il Ministro dell’interno e per il coordinamento della protezione civile, a partire dalla legge 26 ottobre 1986, n. 730, per finire a quella approntata per le calamità di Sarno, si è sino ad oggi limitato a disporre contributi di lieve, irrisoria entità (otto miliardi negli anni ’80 e due nel 1998);
            che il 4 settembre 1999 si è verificata l’ennesima «tragedia sfiorata» con il crollo all’incrocio di via Imbriani di una superficie di circa cento metri quadrati, che ha lasciato al posto della strada una voragine profonda dieci metri, nella quale sono rimaste inghiottite quattro auto, da una delle quali pochi attimi prima erano scesi due coniugi, salvi per miracolo;
            che un problema così grave non può essere perennemente affidato al fato nè alle continue promesse non mantenute degli enti responsabili, dal comune alla regione, ma soprattutto dal Governo centrale, che ha il dovere-potere di sostituirsi all’eventuale inerzia dei primi;
            che da ultimo, nel mese di dicembre dello scorso anno, in occasione di un convegno organizzato dal partito dei «Verdi», il sottosegretario Giovanni Mattioli, presa diretta visione della città sotterranea, fatta di grotte, di cave, cantine, lucernai, ha assicurato il suo interessamento ed ha registrato gli interventi di quanti hanno evidenziato che i fondi stanziati dalla regione non avrebbero mai potuto fronteggiare una situazione gravissima e talmente complessa che solo il Governo nazionale potrebbe e dovrebbe studiare, affrontare e risolvere;
            che questo ennesimo disastro ha rilanciato il grido d’allarme dell’intera cittadinanza, stanca e spaventata di vivere sotto una specie di «spada di Damocle» qual è il sapere di abitare in una zona che, a seguito dei continui smottamenti, è stata considerata nella mappa delle «zone a rischio idrogeologico» stilata l’anno scorso come la zona a maggior rischio della regione,
        si chiede di sapere se e quali provvedimenti i Ministri in indirizzo intendano adottare per risolvere, in tutto o in parte, il problema delle voragini, dei crolli, dei dissesti sotterranei, al fine di tutelare persone e cose, oltre che l’importante patrimonio archeologico della città di Canosa, dichiarata di «preminente interesse nazionale» e zona a rischio geologico.